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02 | 07 | 2020
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A Palermo si inaugura Via Panascia

Roma (NEV), 1° luglio 2020 – Si inaugura ufficialmente, domenica 5 luglio a Palermo a mezzogiorno, la via intitolata al pastore Pietro Valdo Panascia (1927-2007), coraggioso e generoso testimone di fede e di impegno sociale.

“Pietro Valdo Panascia è stato il pastore che ha creato un rapporto stabile tra la chiesa valdese e la città di Palermo, attraverso la predicazione e l’azione diaconale” dichiara all’agenzia NEV il pastore Peter Ciaccio, che nel maggio 2017 (a dieci anni dalla morte del pastore di Panascia e nell’anno delle celebrazioni per il Cinquecentenario della Riforma protestante, ndr) aveva trasmesso agli uffici competenti la richiesta di intitolazione.

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chiesa valdeseRiflessioni alla vigilia della riapertura dei luoghi di culto 

Abbiamo letto in questi giorni dell'accordo che la Cei ha ottenuto per riaprire le Chiese Cattoliche e a breve probabilmente con simile protocollo (sanificazione, mascherine, distanziamento sociale etc) ne avremo uno anche per noi e per le altre minoranze religiose di questo paese. 

 Mi è spiaciuto di recente, come forse ad altri, leggere che anche la nostra Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (Ccers) abbia utilizzato l’espressione libertà di culto associato a delle restrizioni in questo tempo di corona virus.

Non penso, infatti, che né a noi né ad altri sia stata tolta alcuna libertà in questi mesi.

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garufiDIO È IL PARADISO DI CHI CREDE IN LUI

Una mattina, stando ancora a letto ma sveglio, pensavo con tristezza a tante cose avverse e dolorose che spesso affliggono la vita di molti e anche la nostra. Allora, improvvisamente, mi sono tornate in mente queste parole di un credente che tempo fa avevo citato in una mia riflessione: “Anche nell’nferno, Dio è il Paradiso di chi crede in Lui. Certo, l’inferno resta ancora inferno, che vuol dire che le avversità e le sofferenze restano ancora tali e affliggono realmente tutti; ma anche allora Dio può consolare e dare la forza di sopportarle e di non lasciarsene condizionare e avvilire.

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silvia-aisha-romanoLettera a Silvia Aisha Romano

Nemmeno il tempo di rimettere piede nella terra che ti ha vista nascere, che subito hai dovuto tornare a sperimentarne le insanabili contraddizioni: all’affetto commosso e sincero dei più, che hanno immaginato la carezza di un abbraccio a lungo anelato a lenire la ferita di un’assenza prolungata acuita dallo sconcerto del rapimento, ha fatto da contraltare il parere non richiesto di altri. Tralascio, come spero riusciate a fare anche tu e i tuoi cari, affermazioni che si commentano da sé perché deplorevoli nella loro ignoranza e insensibilità. Ma pur prescindendo da queste, ecco affiorare, in un Paese che si è da poco scoperto popolato di epidemiologi e infettivologi, uno stuolo di psicologi che scambiano l’improvvisazione e l’approssimazione per competenza scientifica e non lesinano a noi consapevoli e attoniti incompetenti i loro sproloqui.

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 Messaggi di Alessandro nel tempo del coronavirus

alex2

Segue...

camion-bareIl dolore dei vivi

 
La fila di camion dell'esercito che esce dall'ospedale e si allontana lenta. Nessuno per la strada. Un gran silenzio. Portano bare. Ogni bara un morto per covid-19. E' morto solo. Dove vanno? Ci sarà un posto dove un figlio, un parente, la compagna il compagno di vita, i nipoti possano incontrarsi accanto a quella bara? Chi? Cosa c'è in quella bara? Ho letto in questi giorni ( si legge di tutto in questi giorni) che le ceneri, più o meno, pesano due chili.
Ma quando ho visto in televisione quella fila di camion ho avuto un sobbalzo mentale e ho pensato ai vivi e non ai morti. E mi sono rivisto.

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Alessandro... Ma liberaci dal virus 

E così, non senza una certa sorpresa, vengo a scoprire che venerdì 27 marzo ogni fedele cattolico che sarà colto dall'irrefrenabile desiderio di unirsi in preghiera col pontefice otterrà l'inestimabile beneficio dell'indulgenza plenaria: vi sarebbe da sorridere se non vi fosse da piangere. E me ne rammarico, poiché questo vescovo di Roma, di cui mi capita di apprezzare alcune esternazioni e non pochi slanci, sembra oscillare perennemente, come avrebbe detto Šestov, tra «audacie e sottomissioni».
Dopo l'invito ad unirsi, appena poche ore prima, in un momento di preghiera interreligiosa alle ore 21 di giovedì 26 marzo, segue immediatamente questo richiamo ad una prassi premoderna, che pensavo – in tutta onestà – essersi estinta. Ma al di là dei gusti teologici e delle sensibilità che li determinano, l'appello mi sconvolge per una ragione più profonda e inquietante: chiedere l'indulgenza a Dio in relazione alla dolorosa e incerta situazione che stiamo attraversando, induce in me il sospetto che si abbia, di Dio, una concezione secondo cui Egli dispensa il flagello della malattia come punizione e la sua cessazione repentina e miracolosa come clemente redenzione.

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