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11 | 08 | 2020
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L’evangelo della sola grazia:

 

liberazione della gratuità oltre la logica dell’utile
 

 

•Alla soglia del silenzio Le lancette dell’orologio non si fermano….gli orologi digitali scattano secondo dopo secondo disegnando i loro numeri squadrati sui vari innumerevoli display su cui, tra un impegno e l’altro, tra una corsa e l’altra, gettiamo di tanto in tanto uno sguardo preoccupato, ansioso, frettoloso…Un regalo insolito è fermarsi e prendere tempo per sé, tempo d’esistere, tempo di respirare accorgendosi che lo si sta facendo… tempo “perso”? Sì, tempo perso per l’ingranaggio della produzione, dell’agitazione….tempo perso, tempo di Dio. Tempo di pregare, tempo di leggere la Bibbia, di partecipare ad una riunione che “non rende”… strano tempo… che invece di togliere aumenta il tempo che è vissuto davvero… Il nostro tempo ci porta oggi in un piccolo villaggio vicino  a Gerusalemme: vicino al luogo in cui Giovanni battezzava, piccola città in cui Gesù si ferma spesso con i suoi, perché là, a Betania, vivono i suoi amici, con una casa abbastanza grande ed accogliente per ospitarlo, per organizzare una cena, per stare insieme. Marta, Lazzaro e Maria…Percorrendo i quattro racconti evangelici riusciamo a ricostruire abbastanza bene un quadro familiare, e a tratteggiare il profilo di una figura su cui vorrei richiamare l’attenzione; una figura tessuta di gesti e silenzi, una donna che nel racconto apre bocca una sola volta (Gv 11,32), per ripetere una frase che era appena stata detta da sua sorella…nulla di originale, nulla di straordinario…Gli evangelisti raccontano, sovrappongono, rimescolano il materiale, i ricordi, i frammenti, ed è facile smarrire la chiarezza del disegno: proviamo lo stesso ad avvicinarci a questa figura intensa e silenziosa, cerchiamo di capire cosa dice la Parola mentre si racconta insieme a Maria di Betania…   

Lc 10, 38-42

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse:«Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose:«Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta.»
 
Luca sceglie di collocare l’episodio tra una parabola e un insegnamento: la parabola del Samaritano e il Padre nostro incorniciano il racconto in modo da aiutare a trovare la giusta prospettiva in cui leggere le parole e i gesti dei personaggi, e la forza equilibratrice di Gesù. Non siamo soddisfatti di una spiegazione che pone in antitesi gli atteggiamenti rispettivi delle due sorelle: è facile accorgersi che in tal modo infatti non si rende per nulla giustizia alla realtà che cerca di essere detta. Non possiamo semplicemente collocare Marta dal lato dell’attivismo che non comprende e non ascolta, e Maria dal lato della saggezza premiata da Gesù, perché ciò che viene detto suggerisce un piano di lettura più ricco e profondo.
 
Lc 10, 25-28 , dove è citato Dt 6,5, dà una chiave di lettura: amare Dio con tutto il cuore, amare il prossimo come se stessi. Sembra quasi che le due sorelle si siano divise il comandamento: Marta ama Gesù che le è prossimo, lo serve, si dà da fare, dà a Lui tutto il suo impegno, fa per lui ciò che può e deve essere fatto a Lui in ogni altro fratello, fa qualcosa che possiamo fare tutti noi, ora, a chi ci è vicino; Maria ama anche lei Gesù, infatti si fa “discepola”, siede ai suoi piedi e ascolta, si lascia portare dalla Parola, si lascia amare, dà la sua disponibilità e attenzione, con tutta se stessa. Non ci sarebbe nulla che non va: infatti Gesù parla con chi lo sta ascoltando, Marta si sta agitando, ma Gesù non interviene, va tutto bene. Ad un certo momento però (probabilmente dopo qualche occhiata che Maria non ha colto)è  Marta che sbotta, ma si rivolge a Gesù (in questo possiamo leggere il suo rispetto, amore, considerazione di Lui) e non alla sorella: a lei non sta bene quello che sta capitando. Per un attimo Marta perde di vista la completezza di cui è fatto l’amore, perde di vista l’ordine delle cose, e questo la spinge a svuotare di senso anche il proprio servizio, perché lo distacca da ciò che sta accadendo in casa sua: la Parola viene annunciata (è presente lì fisicamente), ma lei pensa che le cose debbano lo stesso fare il loro corso naturale: Maria, donna, deve servire, non fare la discepola, non adesso che c’è da fare! Gesù dovrebbe rimettere a posto le cose: non è l’unica volta che Marta rimprovera velatamente Gesù, quando in Gv 11,21 afferma che Lazzaro non sarebbe morto se Lui fosse venuto prima sta in fondo dicendo che Gesù non ha agito bene…e in ciò sarà seguita da Maria.
 
Un piccolo fatto domestico è proposto da Luca per esprimere un insegnamento importante: non è così fondamentale il fatto che Maria sieda ai piedi di Gesù senza “fare” nulla, e che Marta si dia da fare senza che Gesù né lodi lei, né rimproveri Maria, ciò che Gesù fa notare a Marta è che il suo agire non è un agire di pace, serenità, è un agire “agitato” e “preoccupato”, e questo dice che Marta ha messo sottosopra le priorità, ha per un momento perso lucidità sul movente, ha, per così dire, assunto una prospettiva che le rende sfasata la visione, che le fa mettere troppa importanza in cose che verrebbero da sé se solo lei riuscisse a stare calma.
 
Gesù non dice a Maria “Beh, giusto, vai ad aiutare tua sorella”, sembra invece suggerire a Marta: “Perché non ti calmi anche tu? E ti godi come tua sorella questo momento?”
 

 

Si ama servendo (poco prima c’è il Samaritano), si ama ascoltando e pregando (poco dopo il Padre nostro); richiamo volentieri l’attenzione su una caratteristica della fede cristiana così come viene pensata e vissuta nella Riforma: la salutare insistenza sulla salvezza per “sola grazia” deriva storicamente dalla polemica di Lutero verso la distorsione dell’insegnamento evangelico in atto in Europa, in cui le “opere” religiose erano considerate la condizione necessaria ed efficace della salvezza. Lutero ha di mira inizialmente le opere “religiose”, la vita monastica ad esempio, la falsa idea secondo cui agendo in un certo modo, con determinate pratiche di pietà, si potesse guadagnare il paradiso. Possiamo tranquillamente sottoscrivere tutto questo anche oggi, tuttavia azzardo l’idea che il mondo contemporaneo pratichi una distorsione molto diversa da quella stigmatizzata da Lutero; non sono tanto le pratiche religiose a fare ombra al “sola grazia, mediante la fede”, quanto un cambiamento importante del senso delle “opere”. Siamo tutti d’accordo sull’inutilità delle varie devozioni che altre comunità credenti praticano ai fini della salvezza, ma talvolta tendiamo a sostituire le “devozioni” con azioni, anche belle azioni, impegno pratico e fattivo, lotta anche politica….azione, azione , azione…. Con un atteggiamento estremamente pragmatico, più in linea con la lettera di Giacomo che non con Paolo ai Romani. Va molto bene l’impegno etico, anzi, non ha senso pensare alla “grazia a buon mercato” (cfr. Sequela, DB, pp.37-41), ma proprio questo impegno richiede necessariamente di essere radicato, motivato, costruito, formato in ascolto della Parola.
 
E soprattutto l’azione obbediente al comandamento (che è l’altro volto della salvezza per grazia) è un tipo particolare di azione, capace di de-centrare l’assolutezza del soggetto che fa la storia, che costruisce, che è protagonista nel mondo, spostando radicalmente il suo baricentro nell’azione di Dio: questo uomo, questo “figlio di Dio” più che “agente” della Parola è “agito” dalla Parola…
 

 
•Una sola cosa è necessaria…. Maria si è scelta il meglio….

C’è qualcosa che non torna nella parole di Gesù, e se siamo onesti e un po’ coraggiosi nel dire ciò che veramente proviamo, la vera reazione di fronte a questa Parola, non quella che crediamo di dover avere, ma proprio quella che abbiamo avuto la prima volta che abbiamo sentito il brano, non ci resterà che ammettere che il “necessario” è proprio ciò che faceva Marta, perché “caro Signore, se lei non si dava da fare si sarebbe saltato il pranzo!”…. certo, infatti, se non mi agito in mille impegni questo resta da fare, quell’altro anche, si inceppa il meccanismo. Ma lasciarsi interrogare dalla Parola può passare proprio attraverso questo conflitto che si avverte tra il nostro modo consueto di pensare le categorie del “necessario”, “importante”, “indispensabile”, “migliore”, “prioritario”, “utile”. Gesù non contesta a Marta il suo darsi da fare, ma l’affanno con cui sta agendo, e il suo sguardo “ristretto” sulla sorella.
 
Sentiamo le parole di Marta che risuonano nella stanza, e Gesù che risponde, per accorgerci di Maria occorre invece “guardare”; sì, perché Maria sta seduta (anche dopo la morte di Lazzaro, Gv 11,20 mentre Marta corre da Gesù, a rimproverarlo per la sua assenza, Maria sarà seduta in casa), ai piedi di Gesù ad ascoltarlo.
 
Apparentemente Maria non fa nulla, e proprio per questo la sorella si irrita. In realtà Maria sta rompendo le regole, sta facendo saltare uno schema, sta uscendo dalla mentalità corrente: il nuovo sta nascendo nel suo uscire dal ruolo, e nel suo poterlo fare autorizzata da Gesù.
 

Nell’ascolto (Dt 6,4) qualcosa avviene. Avviene il presentarsi della Parola.
Dobbiamo dunque capire bene cosa è veramente necessario.
 

Il necessario è quanto ci serve per vivere. La quarta richiesta in cui si articola il Padre nostro parla del “pane quotidiano”, e Lutero spiega e commenta estendendo il “pane” a tutto quanto è necessario alla vita (cfr. Lutero, Catechismo tedesco, p.270). Marta ritiene, come tutti, che il necessario in quel momento sia preparare il pasto per i suoi ospiti. Gesù afferma che una sola cosa è “necessaria” (χρεία): non dice cosa sia, ma aggiunge che Maria ha scelto la parte migliore (αγαθήν), come a suggerire che nel necessario ci sono momenti diversi, parti diverse, e in quel momento la parte “più buona” la stava facendo Maria. Che faceva Maria? Niente!
 

Concretezza e convenzione dicono a chiare lettere che non fare niente non è una cosa “buona”.

Ci deve essere in gioco qualcosa di importante se Gesù dà una risposta tanto singolare alla protesta di Marta: è in gioco l’essenziale, è in gioco il modo di pensare a noi stessi, all’uomo, a ciò che una persona deve o non deve fare per essere pienamente e compiutamente se stessa. E dunque torniamo a chiederci: “Cosa faceva Maria di tanto bello da meritare d’essere difesa da Gesù?”
 

 •Valore dell’ in-utile?

Il nostro modo di vivere la fede, con il pregio della capacità di dialogo con la modernità, con il valore sottolineato dell’etica e dell’impegno mondano, del vivere la vocazione cristiana immersi nella realtà, chiamati a testimoniare l’evangelo proprio là dove siamo collocati, senza sfuggire e senza rinunciare a nulla della vita “laica”, si lascia un po’ troppo attirare dalla mentalità corrente che si è affermata in Occidente negli ultimi cinque-sei secoli; si perde di vista che lo stesso Lutero, così impegnato a smascherare la menzogna dei “voti” monastici, e delle azioni “religiose”, è in realtà teso e concentrato in uno sforzo incredibile per portare al cuore della vita “laica” precisamente il valore pieno della vocazione cristiana, mettendo i laici, partecipi a pieno titolo del sacerdozio di Cristo, nella condizione di vivere al massimo grado ciò che invece la tradizione aveva riservato ai religiosi, quasi in delega di ciò che un semplice battezzato non può fare.
 
L’importanza della preghiera, del silenzio, dell’ascolto rischiano di essere sminuiti da una concentrazione sbilanciata sugli aspetti concretamente visibili della testimonianza: di fronte ad una realtà ferita, conflittuale, piena di violenza, di fronte alle lacerazioni del nostro mondo abbiamo la responsabilità di scelte e di azioni, come uomini e donne, e come discepoli di Cristo. Ci darà la nostra fede la soluzione? Ci fornirà i mezzi per “salvare” le situazioni? E’ in queste soluzioni il valore specifico della nostra testimonianza dell’amore di Dio?
 

 
Gv 12, 1-8

Sei giorni prima della Pasqua Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena:Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso,cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:«Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?» Questo egli disse non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro, e siccome teneva la cassa prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse:«Lasciala fare,perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me.»
 

 

Rieccola Maria. Dinuovo silenziosa. Dinuovo rimproverata, dinuovo difesa. Questa volta però in azione.
 
Eccola confrontata, e confrontata duramente, con un ragionamento legato all’efficacia, all’utilità, alla buona gestione dei beni, del valore del denaro. Anche questa volta Gesù non rimprovera la volontà di azione in soccorso (è l’evangelista che postilla negativamente le intenzioni di Giuda, non Gesù), e dice che azioni di carità verso i poveri sono sempre buone e possibili; tuttavia il gesto di Maria, purissimo amore che si fa profetico, ma che è essenzialmente un gesto di affetto all’ennesima potenza, adorante, mistico, nella sua “gratuità” viene accolto da Gesù, ricevuto con riconoscenza, capito e apprezzato.
 
Per Maria Gesù è del tutto semplicemente “il Signore”: tutto gravita intorno a Lui, non è mai lei a gestire, a dire, a organizzare, a fare, a risolvere…lei riceve, è decentrata, semplicemente ama, e fa ciò che il suo cuore le suggerisce. Sembra non essere legata a dovere morale, a scelta etica, Maria sembra al di là, sembra mossa da qualcosa che supera l’imperativo della necessità, e proprio in questo modo coglie al centro “la sola cosa necessaria”.
 
L’azione nasce da una esigenza interna alla fede (amore gratuito) e non da obblighi, non dal dovere di rispondere a delle necessità: è un dinamismo radicalmente libero e liberante, Maria si lascia liberare dalla necessità di risolvere tutto lei, si lascia liberare da un carico che Gesù chiede di portare al posto suo perché su lei e (su noi) sarebbe un carico schiacciante fino alla morte.
 
Noi siamo chiamati a rispondere, siamo responsabili, ma non siamo chiamati a “salvare” il mondo, perché di questo non siamo capaci, non ne abbiamo la forza, e finiamo con il soccombere alla stessa violenza e prevaricazione che volevamo cancellare: aiutare i poveri con il denaro dell’unguento non avrebbe risolto il problema della povertà, ma intanto questa intenzione ferisce Maria, ferisce Gesù, rattrista un momento che doveva essere di tenera dolce, consapevole adorazione.
 
Anche qui è chiamato in causa il nostro modo di guardare noi stessi, di percepire e considerare l’altro: la mentalità corrente ci porta (senza dichiararlo, certo, ma di fatto in tante piccole e grandi cose) a valutare con una sola occhiata chi ci viene incontro, e a misurarlo in base alla sua “utilità” per noi. E’ misurato per quanto può produrre, per quanto può tornare utile la sua amicizia…. Non è questa in fondo la ragione reale per cui istintivamente ci accorgiamo di trattare in un certo modo il mendicante che tende la mano o il dottore che salutiamo per strada? E questa è una radicale distorsione dello sguardo, una perversione dello sguardo… Nessun uomo è “utile” (ripensiamo anche a Kant che ha formulato filosoficamente questa verità), e vale la reciproca: l’uomo,ogni uomo è in-utile, nel senso che vive e merita di vivere non in quanto serve a qualcosa o a qualcuno ( Nicoletto, Monachesimo arrischiato, p.31). Ci si serve delle cose, esse sono utili, ma all’uomo si rende onore, alle cose di valore (in-utili) si rende onore: il nostro stesso servire gli uni agli altri non è subordinato all’utilizzazione, alla “fruibilità” e alla strumentalizzazione di sé e dell’altro, è invece un servire che è finalizzato alla comunione (la lavanda dei piedi non “serve” a pulire i piedi, serve perché i discepoli “abbiano parte” con Gesù).
 
A che serve il gesto di Maria? E’ bello, ma diciamolo, è inutile. Inutile? Ancora una volta ci chiediamo cosa sia “utile”, “inutile” nella vita… cosa sia sprecato e cosa sia ben speso, per cosa valga la pena preoccuparsi…
 

 
Lc 12,25-31

«Chi di voi per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? Guardate i gigli come crescono:non filano, non tessono, eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così l’erba del campo che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? Non cercate perciò cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo, ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il Regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta.»
 

 
 

Cosa è venuto ad annunciare Gesù? Cosa è venuto a chiedere? Ha chiesto amore, di Dio e del prossimo. Ha chiesto di non preoccuparsi, ha chiesto di vivere liberati dalla mentalità corrente tutta concentrata su se stessi, su guadagni fittizi che tradiscono la vera sete del cuore di ogni uomo. Ha offerto un rovesciamento della prospettiva, per cui dall’affanno di dover fare si può godere di una salvezza esigente e liberante che è donata. Non c’è nulla che debba essere fatto se non l’accoglienza del dono con le conseguenze che questo accogliere ha sulla vita; non saranno le opere a salvare il mondo, non saranno le nostre capacità, progetti, azioni, ma Dio che chiede di essere ricevuto, accolto all’interno della nostra esistenza.
 
Cercate prima il Regno di Dio e  queste cose vi verranno date in aggiunta”: non si sta insegnando ad aspettare un miracolo che ci mette il pane in tavola e risolve i problemi al posto nostro, ma molto, incommensurabilmente di più. Ci viene proposto di “cercare il Regno di Dio”, e cercarlo prima, con tutte le forze, e all’interno di questa ricerca avere la fiducia che il “necessario” è già presente, e sarà presente nelle forme e nei modi che via via sapremo accogliere, compreso l’impegno obbediente….ma appunto, obbediente alla Parola, non alla necessità di una vita interpretata sotto i criteri del “mondo” (questa volta in senso giovanneo).
 
L’incarnazione porta il cristiano a prendere in considerazione positiva il mondo, eppure il senso dell’agire stesso immerso nell’ al-di-qua (- Diesseitigkeit cfr DB, RR,lettera del 21 luglio 1944) si sperimenta e si vive nella sospensione dell’agire nel mondo, nello spazio in cui la mano che lavora si ferma e si apre nella preghiera, in cui l’affanno e il travaglio si placano in silenzio, nel tempo in cui tutto l’essere si apre per fare spazio alla Presenza di Dio, rendendo vivo, presente e reale il fatto che “è Dio che agisce”.
 

 

E dunque la piccola Maria di Betania che oggi ci viene incontro e con Gesù ci incontra nella curvatura del tempo attuale, di questo tempo che passiamo insieme, ci aiuta a comprendere la bellezza, la pace, l’importanza dello “stare ai piedi del Maestro”, dell’assumere una prospettiva nuova su noi, sul nostro lavoro, sul tempo, e soprattutto sulla fiducia in cui possiamo abbandonarci al Signore. L’ospitalità più profonda è quella che ci permette di ospitarci l’un l’altro nelle nostre esistenze, nella nostra vita e nel nostro tempo, l’attenzione che dedichiamo all’altro, ma anche all’Altro che attende per dare qualcosa, e che rischiamo di non accogliere perché non ce ne siamo accorti.
 
La Parola, la preghiera sono doni, sono liberazione, sono salvezza, ma se siamo sempre affaccendati non ci accorgiamo che Cristo ha meno bisogno del nostro agitarci per molte cose, anche fatte in suo nome, che del nostro ascolto, del nostro vivere alla Presenza.
 
Credo che la Riforma abbia lasciato da parte alcuni aspetti che invece sono forti e presenti nel monachesimo e che dovrebbero essere rivisitati in un tempo come il nostro, molto capace di azione, progetti, etica, e poco incline all’attesa, all’ascolto, all’accoglienza che è fatta non solo di centri di accoglienza, di un pasto (cose pure importanti) ma della capacità d costruire comunione nella Verità.
 
Non sono esperta di studi di genere, e non credo che sia troppo da sottolineare che questa attenzione, questa “dimensione orante” sia rappresentata da una donna, credo che per svariate ragioni ciò che consideriamo “femminile” andrebbe rivalutato e individuato negli atteggiamenti universalmente umani che sono presenti in tutti. Le donne del Vangelo, comprese le sorelle di Lazzaro, incontrano Gesù, lo seguono, e hanno le stesse paure e gli stessi slanci degli altri discepoli, e anche in  questo siamo aiutati a entrare in sintonia, a comprendere che donne o uomini questa realtà ci riguarda, da vicino, da dentro…
 
Dunque al termine del nostro incontro che diremo? Cosa è essenziale? Cosa è necessario? Qual  è la parte migliore? La parte migliore è Gesù, Parola di Dio che salva, mentre tutto passa e trascorre, una Parola che (Sal 119,89)  rimane in eterno.
 
 
Ilenya Goss

Testi consultati
 
Lutero M.,Il Piccolo Catechismo; Il Grande Catechismo, a cura di F. Ferrario, Calaudiana, Torino, 1998.
Bonhoeffer D., Sequela, Queriniana, Brescia, 1997.
Nicoletto I. (a cura di), Monachesimo arrischiato, Ed. Camaldoli (Rimini, Pazzini), 2003.
Ballester M., Iniziazione alla preghiera profonda, EMP, Padova, 1987.
Poppi A., Sinossi dei quattro vangeli, EMP, Padova, 1991.
Radermakers J. E Bossuyt P., Lettura pastorale del Vangelo di Luca, EDB, Bologna, 1983.
Brown R.E., Giovanni, Cittadella, Assisi, 2005 (6).
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

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