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11 | 08 | 2020
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emorroissaLa figlia di Giàiro e la donna che toccò il mantello di Gesù
 
Il brano evangelico oggetto del presente studio compare in tutti e tre i vangeli sinottici, dei quali quello di Marco (5, 21-43) ne riporta una versione più lunga, più ricca di particolari, cosa che ne agevola una migliore comprensione e, di conseguenza, rende possibile un maggiore approfondimento del suo significato.
Il brano è formato da due episodi: l’episodio della figlia di Giàiro e quello della donna che toccò il mantello di Gesù, episodi strettamente legati tra loro, che non è assolutamente possibile separare, essendo uniti da un legame che va al di là della mera successione temporale.
Si tratta di un brano dalla struttura particolare, nel quale un episodio si inserisce dentro un altro: l’episodio della donna che toccò il mantello di Gesù è inserito infatti all’interno dell’episodio della figlia di Giàiro, che viene così interrotto per poi proseguire alla fine di quello. Per tale motivo, il tutto può essere visto come una sorta di trittico, quell’opera pittorica consistente in un quadro formato da un pannello centrale, il più importante, e due pannelli laterali, i quali assumono il loro pieno significato in funzione del primo. In questo caso, il pannello centrale è costituito dal racconto della donna che toccò il mantello di Gesù, e i due pannelli laterali dalle due parti dell’episodio della figlia di Giàiro. 
Gesù è da poco ritornato da Gerasa, località sull’altra riva del lago di Genezareth, in territorio pagano, dove ha guarito un uomo indemoniato. Si trova quindi adesso sulla sponda opposta, in terra di Israele, dove tanta gente si è radunata ad aspettarlo. E’ appena sceso dalla barca e sta camminando sulla riva, quando uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, gli si avvicina supplicandolo che venga a guarire la sua figlioletta che sta per morire. Gesù subito va con lui, mentre molta folla lo segue e gli si stringe intorno. E’ a questo punto che entra in scena una donna. E’ anonima. Da dodici anni soffre di continue emorragie e nessuno è riuscito finora a guarirla. Nella cultura ebraica il sangue era la stessa vita della persona e la perdita del sangue significa la perdita della vita. 
Sopravvissuta ai medici che l’hanno ridotta sul lastrico, la donna si trova quindi in una condizione disperata, per cui con il sangue sta perdendo anche la vita. E’ una donna senza più alcuna speranza di salvezza, una donna che dinanzi a sé vede ormai soltanto la morte. Ma non solo. Non c’è soltanto il dramma fisico, ma anche quello religioso. Perché, secondo la cultura dell’epoca, una donna affetta da continue emorragie era immonda, impura, equiparata a una lebbrosa. Quindi, per la sua particolare situazione, la religione la condanna alla sterilità e alla solitudine. Se sposata, non può avere rapporti, se nubile, nessuno l’avrebbe sposata con una simile infermità. Non poteva avvicinarsi a nessuno, non poteva essere avvicinata, e il flusso continuo del sangue la stava portando alla morte. L’unico, che in questa situazione drammatica potrebbe salvarla, è Dio. Ma – ed è questa la denuncia di Gesù per la quale ha perso la vita, – la religione non solo non permette la comunione con Dio, ma è quello che la impedisce. Perché a Dio sono state attribuite una serie di regole religiose che emarginavano questa donna.
La donna che aveva un flusso continuo di sangue era continuamente impura; una donna del genere era una come appestata, non poteva entrare nel santuario, partecipare al culto e, prescrive il libro delle Levitico: “chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera” e inoltre “la donna infetterà ogni giaciglio su cui si sarà messa a dormire e ogni mobile sul quale si sarà seduta” (Lv 15, 19-20). In caso di eventuale rapporto, rendeva impuro l’uomo, e quindi è la stessa Bibbia che emarginava le donne in questa situazione.
Quello che emerge da questo brano, è che la religione, tutte le religioni, avevano come fondamento della loro dottrina che la persona impura non potesse avvicinarsi al Signore, e questo di fatto separava tante persone da Dio. Le persone che potevano, attraverso riti di purificazione, entravano di nuovo in comunione con Dio, ma vi erano categorie intere di persone – individui che per la loro condotta, per il loro comportamento, per la loro condizione, si trovavano sotto la cappa perenne e indelebile dell’impurità – cui per legge non era permesso mai l’incontro con il Signore.
Ma l’insegnamento di Gesù, e che questa donna ha già ascoltato, è qualcosa di diverso. Ed è deflagrante per il mondo della religione. Non è vero che l’uomo deve purificarsi per avvicinarsi al Signore, ma è vero il contrario: che accogliere il Signore è ciò che lo purifica.
Questo manda in crisi l’istituzione religiosa. Hanno fatto tanto per inventare il peccato, per inculcare il senso di colpa e di indegnità nelle persone, in modo da separare l’uomo da Dio e mettersi come mediatori tra Dio e gli uomini, e adesso arriva questo Gesù e sconvolge tutto quanto. Ed è quello che, a quanto pare, ha sentito la donna. Scrive l’evangelista “avendo udito di Gesù”. Il tempo verbale adoperato significa che non è che l’ha udito adesso, ma già sapeva di Gesù. Ci sono degli episodi prima di questo fatto, molto importanti. L’incontro di Gesù con il lebbroso (Mc 2, 40 sgg.), uno degli episodi che dobbiamo sempre tenere a mente; il lebbroso non era un ammalato qualunque, era un maledetto da Dio, un escluso; era il prototipo dell’impuro”. Ma va da Gesù, trasgredisce le leggi, perché non poteva avvicinarsi, e dice “se vuoi, tu puoi purificarmi”. E Gesù, anziché cacciarlo via, anziché rimproverarlo, dice “Lo voglio”. Quindi Gesù stende il braccio, lo tocca, e cosa succede? Non Gesù diventa lebbroso, l’impurità non si trasmette a Gesù, ma la santità di Gesù si trasmette al lebbroso, che viene purificato.
La donna ha dunque sentito che Dio non discrimina le persone, che anche le persone emarginate, le persone che vivevano nel peccato, anche queste Gesù invita a seguirlo; allora la donna, “avendo udito di Gesù, venne tra la folla da dietro”, compie un’azione di nascosto, perché c’era la pena di morte per donne che, in questa condizione, volontariamente infettavano una persona. La donna quindi si avvicina, attraverso la folla, e da dietro tocca il mantello di Gesù. Perché? Perché pensava tra sé: “Se gli tocco anche solo una delle vesti, mi salverò”. Ha sentito che in Gesù c’è un’aria nuova. Ha sentito che Gesù, toccando il lebbroso lo ha purificato. Come avrebbe potuto purificare anche lei, una donna e per di più impura come una lebbrosa? La legge di Dio impedisce di toccare chiunque, ma – è questa la bellezza dei vangeli – il desiderio della vita è più forte di ogni tabù morale. Quando c’è un conflitto tra la vita e la legge, vince sempre la vita. Lei è impura, non può avvicinarsi, a meno che non abbia il coraggio di trasgredire la legge. Se osserva la legge non commetterà alcun peccato, però morirà; se prova a trasgredirla ha una speranza di vita. Lei ci prova. Si avvicina da dietro a Gesù e tocca il lembo del suo mantello commettendo quello che, agli occhi della religione, era un crimine che si chiama sacrilegio. La donna si avvicina a Gesù, ha capito che Dio è con Gesù, però il Dio in cui crede le impedisce di avvicinarsi a un uomo, specie se è un uomo di Dio, perché se lei, che è infetta, lo tocca, la sua infezione si trasmette all’uomo. Ma la forza e il desiderio di vivere sono più importanti della legge. “Immediatamente ecco la fonte del suo sangue si arrestò e sentì nel suo corpo che era guarita da quel tormento.” Appena ha toccato Gesù, ha infranto volontariamente una legge che viene da Dio, cioè, appena ha commesso sacrilegio, succede qualcosa di incredibile. La donna trasgredisce la legge e Dio non la punisce, ma la benedice e immediatamente sente il flusso della vita più forte di quello della morte.
Gesù ha curato in questo caso, senza volerlo, ma non senza averne coscienza. Gesù è portatore di una pienezza di vita, di una ricchezza di vita che è disponibile a tutti, e il minimo contatto con lui comunica vita alle persone che gli si avvicinano. Appena la donna ha toccato Gesù, immediatamente Gesù se ne accorge: “E avvertita subito dentro di sé la forza che era uscita da lui, voltatosi verso la folla, disse: «chi mi toccato il vestito»?” La forza che è uscita da Gesù è il suo spirito, è il suo amore, la gratuità del suo amore che egli comunica a tutti coloro che hanno il coraggio di rimuovere il grave ostacolo della legge. Gesù è portatore dello spirito, ma fintanto che le persone vivono sotto l’obbedienza della legge non potranno percepirlo; alla minima trasgressione di questa legge, ecco che finalmente lo Spirito si effonde.
Ed ecco la denuncia da parte dell’evangelista dell’incomprensione e dell’ottusità dei discepoli che trattano Gesù con poco rispetto, come un insensato. Gli dissero i discepoli “vedi che la folla ti stringe e te ne esci chiedendo chi mi ha toccato?” “ma cosa stai dicendo? Come sarebbe chi ti ha toccato? Lo vedi che tutti quanti ti toccano?” I discepoli sono refrattari alla vita che si emana da Gesù. Loro accompagnano Gesù, ma non lo seguono. Perché non hanno fatto proprio il messaggio di vita e soprattutto di amore universale, di orizzonte vasto, dell’amore di Dio, che Gesù ha portato. Non basta “accompagnare” Gesù, ossia, stare insieme a lui, ma bisogna seguirlo, cioè abbracciare il suo messaggio e tradurlo in norma di vita.
Gesù non bada ai discepoli ma “Egli si guardava intorno per individuare colei che aveva fatto questo”, quindi Gesù ha capito che si tratta di una donna. Per i discepoli Gesù vede la folla, ma lo sguardo di Gesù va a cercare colei che era stata. “La donna, impaurita e tremante” – non sa ancora la reazione di Gesù, perché lei, impura, ha trasgredito la legge – “consapevole di quello che le era accaduto, si avvicinò”, e con un gesto di sottomissione “si prostrò davanti a lui e gli disse tutta la verità”. Confessa come un crimine, come una colpa, quella che era stata un’azione di vita. Si sente colpevole per essere andata verso la fonte della vita. Perché il suo gesto ha trasmesso la sua impurità a Gesù e Gesù adesso è giuridicamente e ritualmente infetto. La donna è tutta tremante, terrorizzata dalla reazione che ora si aspetta da parte di Gesù. Cos’è che farà adesso Gesù? Che cosa le dirà? La rimprovererà, cacciandola via brutalmente? Ebbene, la donna gli confessa quello che ha fatto, ed ecco allora che quello che agli occhi della religione è un sacrilegio, agli occhi di Gesù è un’espressione di fede, benedetta da Dio, dalla quale si riceve pienezza di vita. Era la legge, la religione che aveva separato questa donna da Dio, ma Dio non si era separato da lei. Ed ecco infatti le parole di Gesù che le dice: “Figlia”, le rivolge un’espressione di grande tenerezza, di profondo affetto che indica intimità. «Figlia, la tua fede ti ha salvata». Per fede qui non si intende credere in qualcosa. Siamo di certo più prossimi a un atto di fiducia, a un fidarsi e a un affidarsi, ma non è neppure solo così. Se le cose stessero unicamente in questo modo, Gesù avrebbe detto parole del tipo: la tua fede ha meritato che io ti guarissi. Si sarebbe perciò entrati in una forma di logica che, in seguito, sarebbe sfociata negli ex voto. La frase invece sembra piuttosto evocare la dinamica in base alla quale il medico non può curare nel caso in cui il paziente non manifesti concretamente la propria volontà di guarire. Ciò vale anche per il nostro incontro con Gesù.
“Figlia, la tua fede ti ha salvata! Va verso la pace e sii sanata dal tuo tormento”. Anziché punirla per la trasgressione, Gesù le augura un futuro di serenità. “Va verso la pace”, cioè verso la felicità, “continua con questa pace!” Poiché non c’è nessuna persona che possa sentirsi indegna, esclusa dall’amore di Dio! E’ la religione, attraverso quello che non possiamo non chiamare terrorismo religioso, che è riuscita a convincere le persone che sono in condizione di peccato, che sono lontane da Dio, che sono impure. Ma non Dio! Non bisogna essere degni per avvicinarsi al Signore, ma è accogliere il Signore che ci rende degni. Sentirsi inondati dall’amore di Dio, avvolti dalla sua tenerezza infinita è ciò che ci guarisce, ciò che ci salva, infondendo pace nei nostri cuori.
Terminato il racconto centrale del brano, questo prosegue riprendendo l’episodio della figlia di Giàiro. La fanciulla nel frattempo è morta, così vengono a dire al padre, ma Gesù sostiene di no, che non è morta, ma dorme. La morte è solo un sonno, sembra voler dire Gesù che, dopo aver incoraggiato Giàiro a non disperare, entrato nella camera della fanciulla, sotto gli sguardi increduli degli astanti, la riporta in vita. Egli la prende delicatamente per mano, violando la legge che vietava il contatto con un cadavere perché impuro, e la aiuta ad alzarsi. L’evangelista specifica, alla fine, che ella aveva 12 anni, e con Gesù che si prende cura della sua salute, raccomandando ai genitori della bambina di darle da mangiare, si conclude questo brano particolarmente toccante dell’evangelo di Marco.
Ma un profondo significato simbolico vi si nasconde, veicolato dalla sua struttura (a “trittico”), e tutto racchiuso in un numero particolare, che compare, non a caso, in entrambi gli episodi. Si tratta del numero 12: la donna soffriva di emorragie da 12 anni. La figlia di Giàiro aveva 12 anni. Il 12, come tutti i numeri della Bibbia, ha un significato simbolico, raffigurava, idealmente, le tribù d’Israele. Allora l’evangelista, affiancando a questa donna il 12, dice che la storia di questa donna rappresenta in realtà il dramma di tutto Israele. Marco “sdoppia” la folla oppressa di Israele in due personaggi. La donna che perdeva sangue è figura del popolo emarginato perché non segue, per scelta o per impossibilità, le norme e i dettami dell’istituzione (è impura). La figlia di Giàiro è invece figura del popolo sottomesso all’istituzione (figlia del “capo”) e la cui situazione è gravissima (allo stremo). Il popolo, sottomesso all’istituzione religiosa e tenuto lontano da Dio, non ha più alcuna speranza, è ormai moribondo. Entrambe le donne, quindi, simboleggiano l’Israele vittima dell’oppressione che l’istituzione esercita. I 12 anni della fanciulla, inoltre, stanno a sottolineare che essa si trova nell’età del matrimonio: la ragazza raffigura Israele che, come una sposa, è pronto ad andare incontro allo sposo, al suo Signore, se solo le autorità religiose glielo permettessero. Ma proprio nel momento in cui essa è pronta per le nozze, ecco che arriva la morte. La presenza di Gesù, però, le restituisce la speranza di vita e di fecondità, speranza che si concretizzerà in una futura comunità di uguali e di liberi.
 
 
 
Violairis- studio biblico 'con occhi di donna' - Marsala 11 maggio 2012
 
 
 
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