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pentecosteDomenica di Pentecoste

presso Chiesa Valdese - 9 giugno 2019

pastora Pina Giacalone Teresi

Il testo sacro è come un prisma di cristallo: la luce solare l’attraversa e schizzano, fuori da ogni faccia, una miriade di colori. Colori che sembrano mescolarsi, sovrapporsi, che appaiono innumerevoli, ma che, al contrario, hanno tutti una propria struttura e sempre la medesima sequenza, perché sono i colori dell’arcobaleno.

Così al nostro occhio poco attento, eventi che sembrano a sé stanti, che sembrano non avere alcun collegamento con altri eventi della storia sacra, improvvisamente prendono corpo, forma e struttura e si collegano tra loro come tessere di uno strabiliante mosaico, quello della storia della salvezza.

 Ci rendiamo conto così che tutti gli eventi sono collegati tra loro da un filo, come un raggio solare che li attraversa, donando agli eventi stessi veridicità e colore.

Questo filo è lo Spirito di Dio, la cui presenza aleggia, sin dal Principio, nel “caos” dell’universo ancora informe e che permette al cielo e alla terra di esistere e, ad ogni cosa, di essere creata con la precisione di un architetto e la bellezza di un artista.

Questo filo è ancora presente, oggi, nelle nostre vite: è lo Spirito Santo, che ci spinge dove Egli vuole, come fa il vento; che ci ispira e ci conforta, che ci conduce e ci consola; ma che è anche il cuore della memoria, o per meglio dire la memoria del cuore, e ci porta a ricordare eventi e fatti che non possiamo permetterci di dimenticare, perché sono “sostanze” del nostro essere, fondamento e radici del nostro credo.

L’evento della Pentecoste, che ci viene descritto da Luca in modo così strabiliante, viene collocato nella festività della Pentecoste ebraica, lo “Shavu-ot”, conosciuta anche come “festa delle Primizie”.

Questa era una festa particolare, una festa di gioia e di allegria, a cui tutti erano invitati a partecipare senza distinzione di classi sociali, nessuno doveva essere escluso, né povero, né schiavo, né straniero.

Era la festa della gioia e del ringraziamento a Dio per aver benedetto il lavoro dell’uomo e reso fertile la terra.

Il tema della festa è un tema che ritroviamo di frequente nei testi sacri, perché il Padre celeste desidera la felicità dei suoi figli e quindi ne sollecita la gioia e lo stare insieme.

Per questa festa, gli ebrei offrivano le primizie del loro raccolto.

Insieme alle primizie dovevano recitare alcune parole che potremmo definire di “memoria”   « Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come straniero con poca gente e vi diventò una nazione grande, potente e numerosa.  Gli Egiziani ci maltrattarono, ci oppressero e ci imposero una dura schiavitù.  Allora gridammo al SIGNORE, al Dio dei nostri padri, e il SIGNORE udì la nostra voce, vide la nostra oppressione, il nostro travaglio e la nostra afflizione,  e il SIGNORE ci fece uscire dall'Egitto con potente mano e con braccio steso, con grandi e tremendi miracoli e prodigi,  ci ha condotti in questo luogo e ci ha dato questo paese, paese dove scorrono il latte e il miele. E ora io porto le primizie dei frutti della terra che tu, o SIGNORE, mi hai data! ».  

Parole che risuonano come ferma confessione di fede, ma anche come motrice per portare alla luce, dalla profondità dell’anima, quel sentimento di umanità logorato e, tante volte, perduto.

Sul filo della memoria sollecitata, gli ebrei di allora, ma anche noi oggi, siamo chiamati a ricordare le innumerevoli migrazioni ed esodi a cui il popolo ebreo è stato costretto: in vista della terra promessa, per sfuggire a morte certa, per sfuggire alla carestia, per fuggire dalla schiavitù in Egitto, per le varie deportazioni.

Tutte motivazioni che hanno permesso al popolo ebreo di essere nomade, fuggitivo, sottomesso ... errante.

Un popolo errante, il popolo ebreo, un popolo senza fissa dimora, sempre alla ricerca del suo “posto nel mondo”, sempre a fuggire da eventi tragici e da una impietosa e ingiustificabile avversione da parte di altri popoli.

L’evangelista Luca, nel suo vangelo, racconta la storia del Cristo sulla scia di un viaggio che parte dalla Galilea fino a giungere a Gerusalemme.

In questa città si compie il triste destino del Cristo. A Gerusalemme finisce il viaggio, Gesù muore crocifisso.

Ma è proprio a Gerusalemme che ha inizio un altro nuovo viaggio la cui meta è il mondo. Perché, quando tutto sembra perduto, la morte viene inabissata in vittoria! ( 1Corinti 15,54 ).

Perché l’offerta della primizia è stata donata, perché Cristo è la primizia di quelli che dormono (1Corinti 15,20) e in lui tutti saranno vivificati (1Corinti 15,22).

Il ricordo del Cristo risorto si fa memoria di un passato doloroso e travagliato, ma si fa speranza di una vita piena ed abbondante.

Il viaggio inizia da Gerusalemme ed inizia proprio il giorno della Pentecoste, quando il vento si fa impetuoso e il fuoco accende la passione, la memoria riallaccia tutti i fili di eventi piacevoli e disastrosi, di vita e di morte, di gioia e dolore e li lega al sogno di Dio che ha un progetto di vita per l’umanità perduta: un progetto di riconciliazione che investe i presenti, donando loro una nuova capacità linguistica.

È la capacità della comprensione. Da questo momento in poi ognuno comprende il linguaggio dell’altro, ognuno si meraviglia perché scopre nell’altro non più uno straniero, ma qualcuno con cui può dialogare, che comprende la sua lingua.

Così Pentecoste diventa l’inizio di un nuovo viaggio, verso posti sconosciuti, verso nazioni irraggiungibili, verso i quattro canti della terra.

Gerusalemme, a Pentecoste, diventa un “porto di mare” anche se il mare non c’è.

Le città sul mare sono il perno di culture diverse, di etnie diverse, di lingue diverse.

I porti sono punti di approdo e favoriscono gli incontri e gli scambi, scambi di ogni genere: culturali, economici, religiosi.

Gerusalemme a Pentecoste diventa un porto di scambio culturale e religioso.

Il dono della lingua ha agevolato la comprensione dell’annuncio del Vangelo della salvezza.

Ma dal porto si salpa verso altri lidi.

Gli apostoli, forti della nuova potenzialità comunicativa acquisita, forti di un nuovo impulso interiore, partono secondo la missione affidata loro da Gesù.

Eccoli così, gli apostoli, discepoli, giudei, cristiani, ancora nomadi, ancora Erranti, come il loro padre Arameo da cui erano nati.

Lo Spirito Santo li sospinge e soffia un vento favorevole verso “dove Egli vuole”.

Questo per ricordarci che nessuno di noi ha la prerogativa della sedentarietà e che è necessario sempre far memoria della nostra precarietà.

Se l’invito dello Spirito Santo è quello di ricordarci di essere figli di migranti, il nostro sentimento verso i nuovi migranti, che la storia attuale ci propone, è quello dell’accoglienza e della solidarietà.

Non abbiamo offerte da offrire al Signore se non quelle accompagnate dalle nostre azioni e dalle nostre proposte di amichevole convivenza, con quelli che pensiamo che siano “stranieri”, ma che stranieri non sono.

Dalla nostra parte abbiamo la capacità comunicativa che lo Spirito Santo ci elargisce con il dono delle lingue, ma anche con il dono di “far memoria”.

Perché è proprio il “far memoria” che ci rende umani e compassionevoli.   

                                    

  

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