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04 | 04 | 2020
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pescatoriPresso il mare di Galilea

Il mare di Galilea era calmo, quel mattino d'estate!
Non si percepivano forti rumori se non un flebile sciabordio ed un lieve vociare di pescatori che formavano capannelli qua e là.
Alcuni gabbiani sorvolavano il lago emettendo il loro fastidioso garrito.
Si fermavano sulle reti in cerca di cibo.
Le barche erano ormai tutte rientrate dalla pesca notturna.
Si dondolavano ai moli.
Quella di Zebedeo aveva attraccato da poco. Il lavoro ferveva sulla barca.
I raggi del sole, ormai alto all'orizzonte, si infrangevano sul mare e i loro riflessi permettevano di notare, sulla barca di Zebedeo, due ragazzi intenti a riordinare le reti.

Giovanni e Giacomo sembrano due statue bronzee: hanno fisici asciutti, spalle larghe, squadrate, e bicipiti che forano quasi la grezza tunica.

Si muovono con ritmo cadenzato e nello stesso tempo alterno.
Ogni tanto alzano la testa e le braccia dal loro lavoro per tirarsi addosso gli scarti della pesca rimasti impigliati nella rete.
Si punzecchiano sempre i due giovani, a volte arrivano anche a darsele di santa ragione.

 Ma così è, sono vivaci, allegri, non riescono a stare fermi.
Sono scontenti della loro vita, i due ragazzi.
Questo lavoro, così duro e faticoso non fa per loro.
Questo fetore di pesce è insopportabile!
Se lo sentono sempre addosso, alle narici, fino a giungere al cervello, fino a originare idee strane: andar via, lontano da lì; partire senza una meta, ma verso un futuro migliore.
Loro, sono i "figli del tuono".
Sono sprecati per questa vita e sperano di viverne una migliore.
Quante volte, durante la notte, sul ponte della barca, sotto il cielo stellato, mentre attendevano di raccogliere le reti con il pescato, avevano parlato fitto tra loro di quanto monotona fosse quella vita di pescatori, di quali fossero i loro desideri/sogni, le loro ambizioni, di quanto aspirassero, invece, ad una vita diversa, libera dalla fatica, dall'oppressione straniera.
Speravano nell'arrivo del "Messia" che avrebbe ristabilito il regno d'Israele.
E già si vedevano combattere, con quei loro corpi da guerrieri, al fianco del loro "Principe trionfante", quella battaglia decisiva e vittoriosa che li avrebbe condotti a sottomettere i propri nemici.
E si vedevano poi seduti, l'uno a destra e l'altro a sinistra nel regno del Messia, in tutto il loro splendore e vestiti di quell'autorità che il ruolo richiedeva.

Ora, nei pressi del Mare di Galilea, i due fratelli sono attratti da un vociare più forte di quello dei pescatori.
Le persone che prima facevano capannello qua e là, sono ora tutte insieme.
Seguono uno "strano pescatore".
Lo sentono parlare di una nuova pesca. Un pescato fatto di uomini!!!
Giacomo e Giovanni lasciano prontamente le reti e si dirigono verso quell'insolito gruppo, a cui si sono aggiunti due loro amici, Simone ed Andrea.
Quello strano pescatore, chiama anche loro: « Venite anche voi, ragazzi, vi farò pescatori di uomini! »
Le parole dell'uomo attraggono le folle. La sua fama lo precede.
I due non possono far altro che seguire il nuovo pescatore, senza remore.
Questa può essere la svolta per la loro nuova vita.
Non c'è tempo da perdere.
Non c'è da pensare al padre Zebedeo. Non c'è da pensare alla pesca.
Inizia così il loro viaggio, insieme al maestro e ai tanti altri compagni.
Ma, se questo Gesù è il Messia atteso, egli non corrisponde per nulla alle loro aspettative.
Non c'è un palazzo che li attende la sera dove andare a dormire.
Non c'è potere da esercitare.
Non ci sono "seggi" di prestigio da proteggere.
Non c'è un regno di dominatori sui dominati.
C'è piuttosto una realtà tutta diversa, fatta di vicinanza e di cordialità, di mani che si stringono, di abbracci che si danno, di cure che si offrono.
Di parole che si dicono per augurare felicità, bene e benignità.
Di mani che si posano per guarire le malattie, per cacciare il demonio, per far saltare gli zoppi, per far vedere i ciechi.
Di pani che si moltiplicano e sfamano persone a migliaia.
È il regno dove gli ultimi sono primi e dove i deboli sono forti.
È il "governo" del dono di sé per la crescita e per il bene degli altri.

Giacomo e Giovanni, con le loro aspettative ancorate alla tradizione ebraica, rappresentano, in modo emblematico, la chiusura degli apostoli rispetto ad un Dio che si fa corpo fisico, umano, debole.
Così si propone Gesù, come il "Cristo" degli ultimi, promotore di una nuova concezione di Regno, il Regno di Dio, che opera e vive nel presente accogliendo corpi di uomini e donne, gli esclusi di ogni tempo e a loro dà il diritto di essere chiamati figli di Dio.
« La Parola si è fatta carne e noi abbiamo contemplata la sua gloria » ci racconta l'evangelista Giovanni (Giov. 1,14).
Il "verbo" si è fatto corpo, si è fatto uomo della storia umana, per donarci l'amore divino, per risanare le ferite dell'oppressione e del male, per fare sentire la sua vicinanza, il suo affetto, con un contatto che non trascende, ma che è fisico, vicino, corpo a corpo.
Così Dio si rivela in Gesù, come un Dio che si può toccare, che è vicino, che vive nel corpo dell'uomo, nel corpo della donna, nei corpi dei credenti di sempre. Amen!

past. Pina Giacalone - culto del 1° dic. 2019

 

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