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chiaviGESU', CHIAVE DELLA VITA

Abbiamo tutti in tasca o in borsa delle chiavi, il cui uso esclusivo e fondamentale è aprire o chiudere qualcosa: porte di casa, portiere dell'auto, portoni di garage, porte del nostro luogo di lavoro, della chiesa, cassette di sicurezza, casseforti.
Forse qualcuno di noi ricorderà ancora la sensazione provata la prima volta che ha ottenuto dai propri genitori le chiavi di casa?
Un gesto apparentemente insignificante che celava un significato profondo: voleva dire che loro iniziavano a considerarci più maturi odegni di fiducia.
Che gioia! Che onore!
Da subito, però, la loro raccomandazione: "Non perderle perché se dovessero trovarle i ladri saremo costretti a cambiare la serratura."
Gioia, onore, ma quanta responsabilità!
Nella prima lettura biblica della liturgia, tratta dal libro del profeta Isaia (cap. 22, 15-23),si racconta qualcosa di simile. Veniamo a sapere che Dio destituisce l'incompetente e malvagio scriba Sebna dal suo ufficio di primo ministro di Giuda e Gerusalemme, probabilmente per tradimento nei confronti del re Ezechia, e affida l'incarico aEliachim, figlio del maggiordomo.

 Ad Eliachim, quindi, per volere di Dio vienedato il mandato di occuparsi dell'amministrazione delle ricchezze del re Ezechia, compitoche viene sancito con questa espressione: "Metterò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide."
Non so di preciso se la chiave della casa di Davide corrispondesse ad una vera e propria chiave; sono quasi del tutto certa che avesse un valore fortemente simbolico e credo simboleggiasse l'autorità.
Era un onore possederla perché era la chiave del re, ma era anche un onere, una responsabilità che gravava sulle proprie spalle.
Chi possedeva la chiave di Davide aveva il potere di aprire e chiudere; di decidere una cosa piuttosto che un'altra; forse anche di liberare o di imprigionare, e magari anche deliberare chi far vivere o chifar morire.
Sebna non era più degno di quell'onore, per la sua superbia, abbiamo letto.
Eliachim, invece, sì.
Andando più avanti col tempo, arriviamo al primo Natale, ai giorni in cui Gesù fa il suo ingresso su questa terra.
Nasce il Re dei Giudei e nasce a Betlemme,la "carina" cittadella designata dai profeti quale luogo dove sarebbe venuto alla luce il Messia.
Eppure Betlemme si trova impreparata.
Ha la chiave della profezia in mano ma non apre la porta al neonato Messia.
Non c'è, infatti, nessuno disposto ad accogliere Giuseppe e Maria, prossima al parto.
Non un parente, non un'ambasciata, non un albergo, non un B&B, non un affittacamere.
Nulla! Tutto è serrato a dovere.
Nasce il Re dei Giudei e i palazzi del potere di Gerusalemme vanno in crisi: va in crisi Erode che tienestrette nelle sue mani le chiavi della vita e della morte dei suoi sudditi e senza perdere tempo ordina un infanticidio di massa; va in crisi la casta dei sacerdoti che, tenendo le porte del Tempio ben serrate con chiavi e chiavistellia donne, malati, e stranieri, mediterà di mandare a morte Gesù quando lui più tardi insegnerà come aprirle.
Ma attorno ad una chiusura istituzionale, troviamo alcune figure di insospettabili: personaggi lontani proprio dal concetto di istituzione, che posseggono chiavi specialiper cui sanno aprirsi alla ricerca, all'adorazione, alla gioia, al dono di sé. Sono i magi (forse sarebbe meglio chiamarli maghi, indovini), personaggi dalla dubbia fama, provenienti dal lontano Oriente che armeggiano con le arti magiche; sono i pastori, i senza fissa dimora, i puzzolenti, che stanno a contatto con gli animali e le loro sporcizie.
Gente inimmaginabile ma libera, che non ha strutture mentali e comprende la forza nascosta nella fragilità del neonato Gesù.
Nella liturgia abbiamo letto che nel libro dell'Apocalisse (cap. 3, 7-8)Gesù si presenta come colui che ha la chiave di Davide e che quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre.
Aprire e chiudere; slegare e legare.
Per molto tempo ho interpretatoil gesto dell'aprire e del chiudere come,con superbia,lo interpretava Sebna, lo interpretavano i capi religiosi, lo interpretava Erode, ossia come quella facoltà di chiudere la porta a chi non piace o di aprirla a chi piace.
D'altro canto un passo della bibbia dice che ciò che chiudiamo o leghiamo in terra verrà legato in cielo e ciò che sleghiamo o apriamo in terra verrà slegato e aperto in cielo (Mt. 16,19).
Secondo questo passo e quest'interpretazione siamo quindi "in una botte di ferro": abbiamo l'avallo del cielo, sia che costruiamosia che distruggiamo.
Ma c'ènaturalmente qualcosa in questa interpretazione che stona.
Un po' come stonava l'insegna al cancello chiusonel campo di concentramento di Auschwitz: il lavoro rende liberi. Liberi da che?
O come stona la chiusura dei porti per dare una vita in sicurezza solo aduna parte di uomini e donne al di qua del mare. E di dare una vita in sicurezza agli altri uomini e alle altre donne dall'altra parte del mare chi se ne deve occupare?
O come stona la bussola dell'autobus per la gita scolastica chiusa solo ad alcuni bambini affetti da disabilità. Come se costoro non avessero il diritto di divertirsi.
Se Gesù è venuto a mostrarci il volto amorevole di Dio, se Gesù è venuto a liberare, a salvare, a slegare, a dare la vita, ad aprire le porte a coloro che se le trovano chiuse a chiave, perché lui dovrebbe darmi la capacità di legare di nuovo, di incatenare un'altra volta, di sbarrare ancora le porte o per non dire di uccidere? Che senso ha? Non ha senso, infatti.
Ed ecco che quando un senso non si trova, le scritture, ci offrono una nuova chiave di lettura.
Nella seconda lettura della liturgia Gesù dice di se stesso di esserela porta dell'ovile e chiunque entra sarà salvo. Dice anche che permette di entrare e di uscire da questa porta, e lo dice come se questa fosse una cosa naturale e semplice. Certo che lo è! L'entrata significa rifugio el'uscita ...nutrimento.
Il buon Pastore, il Santo, il Verace, apre la porta dell'ovile, ci fa entrare e, per proteggerci dai ladri,chiude la porta; e sempre per il nostro bene apre la porta, ci fa uscire per darci cibo in abbondanza.
Lui non chiude per escludere alcuno, anzi se vede qualcuno fuori gli apre la porta.
Sulla porta dell'ovile divino non c'è scritto: tu ebreo, tu nero, tu meridionale, tu omosessuale, tu donna, tu animale non sei il benvenuto.
Gesù è la chiave della vita e la sua chiave apre la porta a tutti quanti.
Nessuno di quelli che vanno a lui verrà respinto, verrà cacciato o si perderà (Gv. 6,37b).
Se Gesù è la chiave della vita, noi che chiavi siamo? Siamo chiavi sensibili che aprono le porte perché le benedizionidi Dio possano entrare? Oppure siamo chiavi superbe che chiudono ed impediscono al bene di filtrare? Siamo chiavi aride che aprono le porte al rancore o alla violenza? Oppure siamo fertili chiavi che aprono le porte al rispetto e alla fratellanza?
Credo che Gesù si aspetti da noi ciò che lui è stato per gliemarginati del suo tempo.
Credo che Gesù si aspetti da noi un corretto uso della "chiave di Davide": una chiave che apra e chiuda per dare cibo e protezione; che apraal coraggio e chiuda alla paura; che apra all'amore e chiuda all'odio; che apra alla luce, alla giustizia, alla pace e chiuda fuori le tenebre, l'ingiustizia e la guerra. Amen


Lella Teresi - culto del 25 dicembre 2019