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02 | 06 | 2020
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silvia-aisha-romanoLettera a Silvia Aisha Romano

Nemmeno il tempo di rimettere piede nella terra che ti ha vista nascere, che subito hai dovuto tornare a sperimentarne le insanabili contraddizioni: all’affetto commosso e sincero dei più, che hanno immaginato la carezza di un abbraccio a lungo anelato a lenire la ferita di un’assenza prolungata acuita dallo sconcerto del rapimento, ha fatto da contraltare il parere non richiesto di altri. Tralascio, come spero riusciate a fare anche tu e i tuoi cari, affermazioni che si commentano da sé perché deplorevoli nella loro ignoranza e insensibilità. Ma pur prescindendo da queste, ecco affiorare, in un Paese che si è da poco scoperto popolato di epidemiologi e infettivologi, uno stuolo di psicologi che scambiano l’improvvisazione e l’approssimazione per competenza scientifica e non lesinano a noi consapevoli e attoniti incompetenti i loro sproloqui.

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camion-bareIl dolore dei vivi

 
La fila di camion dell'esercito che esce dall'ospedale e si allontana lenta. Nessuno per la strada. Un gran silenzio. Portano bare. Ogni bara un morto per covid-19. E' morto solo. Dove vanno? Ci sarà un posto dove un figlio, un parente, la compagna il compagno di vita, i nipoti possano incontrarsi accanto a quella bara? Chi? Cosa c'è in quella bara? Ho letto in questi giorni ( si legge di tutto in questi giorni) che le ceneri, più o meno, pesano due chili.
Ma quando ho visto in televisione quella fila di camion ho avuto un sobbalzo mentale e ho pensato ai vivi e non ai morti. E mi sono rivisto.

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Alessandro... Ma liberaci dal virus 

E così, non senza una certa sorpresa, vengo a scoprire che venerdì 27 marzo ogni fedele cattolico che sarà colto dall'irrefrenabile desiderio di unirsi in preghiera col pontefice otterrà l'inestimabile beneficio dell'indulgenza plenaria: vi sarebbe da sorridere se non vi fosse da piangere. E me ne rammarico, poiché questo vescovo di Roma, di cui mi capita di apprezzare alcune esternazioni e non pochi slanci, sembra oscillare perennemente, come avrebbe detto Šestov, tra «audacie e sottomissioni».
Dopo l'invito ad unirsi, appena poche ore prima, in un momento di preghiera interreligiosa alle ore 21 di giovedì 26 marzo, segue immediatamente questo richiamo ad una prassi premoderna, che pensavo – in tutta onestà – essersi estinta. Ma al di là dei gusti teologici e delle sensibilità che li determinano, l'appello mi sconvolge per una ragione più profonda e inquietante: chiedere l'indulgenza a Dio in relazione alla dolorosa e incerta situazione che stiamo attraversando, induce in me il sospetto che si abbia, di Dio, una concezione secondo cui Egli dispensa il flagello della malattia come punizione e la sua cessazione repentina e miracolosa come clemente redenzione.

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alex2Fine vita, il mondo cattolico si ribelli alle falsità del Vaticano

Quella di mercoledì 25 settembre 2019 è destinata a diventare una data storica, sia sotto il profilo giuridico che sotto l’aspetto ad esso strettamente collegato di un’etica finalmente affrancatasi da direttive moralistiche: la Consulta ha difatti approvato, motivandola in maniera ineccepibile, la liceità del ricorso al suicidio assistito in caso di irreversibilità di una malattia cronica o degenerativa giunta al suo stadio terminale. Naturalmente, come la stessa Consulta ha opportunamente sottolineato, vige ancora in materia un vuoto legislativo che spetterà al Parlamento colmare.

Da Oltretevere, naturalmente, non hanno tardato a far pervenire un parere di cui, credo, il mondo laico non avvertiva la necessità: il cardinale Giovanni Angelo Becciu, accodandosi in questo al parere della Conferenza Episcopale Italiana, ha inteso esprimere il proprio “sconcerto” (sic!) dinanzi a questa decisione del supremo organo giurisdizionale italiano.

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