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02 | 07 | 2020
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silvia-aisha-romanoLettera a Silvia Aisha Romano

Nemmeno il tempo di rimettere piede nella terra che ti ha vista nascere, che subito hai dovuto tornare a sperimentarne le insanabili contraddizioni: all’affetto commosso e sincero dei più, che hanno immaginato la carezza di un abbraccio a lungo anelato a lenire la ferita di un’assenza prolungata acuita dallo sconcerto del rapimento, ha fatto da contraltare il parere non richiesto di altri. Tralascio, come spero riusciate a fare anche tu e i tuoi cari, affermazioni che si commentano da sé perché deplorevoli nella loro ignoranza e insensibilità. Ma pur prescindendo da queste, ecco affiorare, in un Paese che si è da poco scoperto popolato di epidemiologi e infettivologi, uno stuolo di psicologi che scambiano l’improvvisazione e l’approssimazione per competenza scientifica e non lesinano a noi consapevoli e attoniti incompetenti i loro sproloqui.

Io, semplicemente, ti credo. Hai detto che il cambiamento profondo che ha avuto luogo nei tuoi recessi più intimi non è figlio del ricatto, né della violenza: ma, a quanto pare, è difficile accettare un gesto che si sostiene discenda da quella stessa libertà che pure dicono essere benvenuta. Benvenuta sì, ma a determinate condizioni: che sono quelle dettate da chi giudica con avventatezza e superficialità mutamenti carsici e delicati, nei quali, se proprio si ritiene di doversi addentrare, bisognerebbe fare il proprio ingresso in punta di piedi.

Ma la pletora di psicologi improvvisati, ho scoperto con ancor più stupore, è anche edotta in materia di religioni comparate, e non ci ha risparmiato la sua indiscussa erudizione riguardo all’islam, notoriamente religione tribale e violenta professata da fanatici e invasati. Così, come spesso accade, questo plotone di tuttologi ignari della complessità che caratterizza sia i fenomeni culturali che gli insondabili accadimenti della psiche, viene a dispensare generosamente la sua insipienza, elargendola, in primo luogo, a te, a cui tutto spiegano senza nulla ascoltare.

Ti lascio al tuo silenzio, adesso, quello stesso che troppi non hanno avuto l’accortezza di osservare: a te soltanto sono note, sia pure soltanto in parte, le motivazioni profonde del tuo avvicinamento alla via del Profeta Muhammad, che hai conosciuta attraverso la lettura del Quran, le cui sure incominciano tutte, senza eccezione, con l’espressione: «Bismillah ar-Rahman ar-Rahim», «Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Clemente»; tratti che, probabilmente, tu hai compreso così in profondità da incarnarli, persino nei riguardi dei tuoi carcerieri. Del resto, diceva un altro profeta, quello stesso in cui una parte significativa dei tuoi detrattori afferma di credere e che figura nelle pagine del Corano con il nome di ‘Isa: «Se fate del bene a chi vi fa del bene, qual è la vostra benevolenza? Se donate a coloro dai quali sperate di ricevere, ditemi: qual è la vostra benevolenza?» (Luca 6:33-34).

A te, che meglio di me hai compreso il senso profondo e misterioso di un perdono che tutto redime, quando ad accordarlo è la vittima, dico soltanto, dal cuore: «Bentornata, Aisha».

Alessandro Esposito, pastore valdese

(12 maggio 2020)

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