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02 | 07 | 2020
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Caro Francesco,

chi scrive è, una volta ancora, Alessandro, il pastore delle comunità valdesi di Trapani e Marsala. Ho deciso di farlo per continuare a riflettere insieme sul tema fede e cultura. Ribadisco, a tale proposito, quanto detto dal sempre saggio ed equilibrato Franco (garantisco che la mia ottima considerazione di lui e dei suoi interventi non dipende dal fatto che partecipi alla vita delle mie comunità): fede e cultura non vanno viste in contrapposizione, ma, con ogni sforzo possibile, messe in dialogo. Una fede in balia dell'ignoranza e della superstizione, o prigioniera degli schemi dogmatici, è quanto di meno auspicabile si possa profilare. E' chiaro che, d'altro canto, bisogna evitare che la fede si risolva in intellettualismo: su quello hai il mio pieno appoggio. Ma non piegarsi al "riduzionismo" non significa evitare il confronto tra due dimensioni che è assai opportuno che si parlino anziché ignorarsi mutuamente. Lacultura (quella vera, fatta di umanità e di rispetto reciproco fra gli interlocutori) è un qualcosa che ha sempre e soltanto fatto bene. Per cui, per quanto ci è possibile, con i limiti delle nostre risorse, promuoviamola.
Con affetto
Alessandro
Carissima Virginia,

chi le scrive è Alessandro, pastore presso le comunità cristiane evangeliche valdesi di Trapani e Marsala. La sua domanda è molto profonda e richiede, pertanto, una risposta articolata. Suddividerò queste mie righe in quattro punti: il primo riguarderà il fondamento biblico del battesimo in spirito, il secondo sarà relativo al periodo storico in cui tale visione verrà affermandosi, il terzo concernerà le ragioni di tale prassi e l'ultimo cercherà di individuarne quelli che, a mio giudizio, potrebbero rivelarsi i limiti ed i rischi connessivi.

1.Il fondamento biblico, anzitutto. Esso può essere individuato nel brano già menzionato da Francesco e contenuto negli Atti degli Apostoli (Atti 2:1-13). In tale testo, però, si parla della “discesa dello spirito”, senza che vi sia alcun riferimento esplicito al “battesimo”. Quest'ultimo, nei resoconti neotestamentari, è sempre celebrato con acqua (anche perché il verbo baptizomai, in greco, significa letteralmente “essere immersi”). Ciò non toglie che vi sia un legame innegabile, in tutto il Secondo Testamento, tra gesto battesimale e discesa dello spirito.
2.Durante il primo periodo della Riforma (1517-1530), alcuni gruppi cristiani legati al nascente movimento dell'anabattismo (dal greco ana-baptizein, letteralmente “immergere/battezzare di nuovo”) ritennero che tale battesimo richiedesse la disponibilità alla conversione (cui il battesimo è intrinsecamente legato: si vedano in proposito gli studi biblici sul battesimo di Gesù contenuti in questo stesso sito) da parte di chi si apprestava a riceverlo. Di conseguenza, il battesimo potevano riceverlo soltanto persone adulte.
3.Che cosa cela di rivoluzionario tale proposta avanzata dagli anabattisti? Una cosa su tutte: il battesimo veniva sottratto, in tal modo, al controllo sacramentale della chiesa e non veniva più a rappresentare un gesto di appartenenza sociale. Chiunque nascesse, difatti, era, all'epoca, automaticamente cristiano: ma, questo, soltanto nel senso (superficiale, convenzionale) dell'appartenenza alla chiesa e non, invece, del discepolato (che prevede il “camminare come egli ha camminato” e, pertanto, una forte determinazione ed una chiara consapevolezza). Ribattezzare significava mettere al centro l'individuo e la sua autodeterminazione, la libertà inviolabile della sua coscienza. Quest'ultima, ovviamente, era vista dagli anabattisti in rapporto con Dio: un rapporto, però, non mediato dall'istituzione ecclesiastica, bensì diretto, nel quale Dio rivolge la Sua vocazione ed il/la credente risponde con la sua disponibilità alla conversione mediante la sequela (il “mettersi a seguire”).


4.I pregi di questo appello alla libertà dalle costrizioni dogmatiche ed istituzionali sono, com'è facile intuire, di un valore inestimabile: tutti, credenti e non credenti, siamo debitori agli anabattisti per le conquiste fatte, attraverso di loro, nell'ambito delle libertà individuali; conquiste che molte e molti di loro hanno pagato con la vita. Detto questo, è forse opportuno denunciare anche i limiti ed i rischi connessi a questa visione del battesimo inteso come “discesa dello spirito”. Pur non essendovi dubbi rispetto al fatto che la chiamata al discepolato venga da Dio e da Dio soltanto, spesso la convinzione (indimostrabile) di averla ricevuta può tradursi in atteggiamenti di stampo fondamentalista. Un contesto comunitario (non per forza istituzionalizzato in senso gerarchico) costituisce l'argine naturale a queste derive: dentro la comunità ci si confronta e ci si scontra, bisogna dialogare ed argomentare, fede e meditazione sui suoi contenuti vanno necessariamente tenute insieme. Per cui: viva il richiamo alla disobbedienza alle autorità costituite, quando esse vogliano concentrare nelle proprie mani il potere più subdolo, che è quello esercitato sulle coscienze altrui; ma viva anche la comunità come spazio aperto in cui confrontarsi e crescere.

In ultima istanza, cara Virginia, credo che si possa parlare, in maniera biblicamente fondata, di una discesa dello spirito di Dio che prescinde dal gesto battesimale (si vedano in proposito i diversi racconti di vocazione dei profeti contenuti nel Primo Testamento). Essa è connotata dalla denuncia dei poteri oppressivi e dei loro privilegi e dall'annuncio di un mondo più giusto, che Dio ci chiama a preparare e a costruire insieme con Lui, con Lei. Lottare contro i soprusi ed annunciare agli oppressi l'evangelo della liberazione è senz'altro segno della presenza dello spirito di Dio in mezzo a noi e nella nostra predicazione. Su tutto il resto è possibile dissentire e discutere.

Un caro saluto. Con stima ed affetto
Alessandro



Carissima Virginia,

ancora una volta trovo le tue osservazioni assai pertinenti ed acute. Le riprendo entrambe insieme a due mie brevi considerazioni al riguardo.

1.In primo luogo sottolinei (a mio giudizio assai opportunamente) come la glossolalia rappresenti, sia pure tacitamente, una sorta di “dogma” all'interno del pentecostalismo di stampo fondamentalista, attraverso cui è possibile riconoscere il dono del battesimo in spirito. Una specie di evidenza inconfutabile, di prova inoppugnabile. Ebbene, se lo spirito di Dio “soffia dove vuole” (Gv 3:8) è proprio perché, in quanto divino, non sopporta alcuna costrizione di sorta: vuole rimanere libero, specie dalle pretese di identificazione, da qualunque parte esse vengano. Il Dio biblico è un Dio che rifugge l'idolatria, che rifiuta ogni rappresentazione della Sua persona e del Suo agire. Lo ripeto: L'UNICO SEGNO “tangibile” della Sua presenza in mezzo alla comunità credente è il comandamento dell'amore, che implica la pratica della giustizia.

2.In seconda istanza, osservi assai finemente: “Ebbene, ammettiamo pure il dono delle lingue: ma perché esse devono essere incomprensibili?”. Ottima domanda. Infatti, anche stando al testo biblico di riferimento solitamente citato a sostegno della glossolalia (Atti 2:1-13), le lingue a cui si fa riferimento sono lingue COMPRENSIBILI, tanto che i presenti, stupiti, si domandano: “Com'è che li ascoltiamo parlare ciascuno la nostra lingua nativa?” (Atti 2:8). Ciò detto, va aggiunta un'ulteriore precisazione: i passi biblici non vanno tutti interpretati in maniera letterale. Mi spiego: con buone probabilità, il redattore del libro degli Atti (il quale scriveva per le comunità del cristianesimo nascente, almeno sessant'anni dopo la morte di Gesù) intendeva utilizzare l'immagine delle lingue per raffigurare la necessità di predicare l'evangelo a tutti i popoli. In definitiva, dunque, si tratterebbe di un'immagine suggestiva e parenetica (ovverosia che intende spronare chi l'ascolta affinché la metta in pratica).

Le auguro tanto, cara Virginia, di riuscire a liberarsi da visioni dogmatiche che imprigionano la fede nella sua insopprimibile creatività. E la invito a continuare a percorrere quel sentiero di libertà su cui Dio, come donna, l'ha chiamata ad incontrarlo. Con affetto e stima
Alessandro

P.S.: Se intende contattarmi per poter continuare il nostro colloquio in maniera più privata, i miei recapiti sono sul sito, alla voce “contatti”.
Per praticità glieli fornisco qui di seguito Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Tel. 0923 20 951 (TRAPANI)


Caro Alex,
visto che mi hai chiamato direttamente in causa mi sento in dovere di rispondere alle tue osservazioni critiche, le quali, senza alcuna retorica, sono le benvenute, perché questo forum (a differenza di molti altri, specie di natura ecclesiastica) è libero, così come lo è il sito di cui esso è parte e così come lo è la comunità che lo gestisce quale spazio per il pubblico confronto.
Credo che la prima obiezione (relativa alla “autorità” o meno di operare senza aver ricevuto il battesimo) da te menzionata non mi riguardi, avendo io scritto esplicitamente che si può “parlare, in maniera biblicamente fondata, di una discesa dello spirito di Dio che prescinde dal gesto battesimale” (prima risposta a Virginia, poco sopra). Pertanto, credo di poter passare direttamente alle obiezioni direttamente rivoltemi che, se ho ben compreso, sono due; provo a sintetizzarle in questi termini: 1) Alessandro, cerca di essere, nelle tue risposte, più pastore e meno teologo; 2) I semplici potrebbero capire ciò che scrivi? Provo a rispondere.

1)Credo che si possa avere un approccio pastorale (che, pertanto, mette al centro la persona e la relazione con lei) anche esponendo, in maniera il più possibile chiara ed accessibile, dei contenuti. E visto che le domande rivolte erano precise, ho cercato di limitarmi a quanto mi veniva chiesto, senza divagare. Vorrei invitarti a ricordare, caro Alex, che, oltre a rispondere a titolo personale, io rappresento anche la mia comunità (che non è certo tenuta a pensarla come me, ma che ha diritto ad un ministro che argomenti in maniera aperta e documentata le risposte che fornisce ai e alle partecipanti di questo forum): per cui sento, in una certa misura, anche il “dovere” di interloquire con chi pone delle domande, specie se quanto ho da dire in merito diverge (spesso sensibilmente) dalle opinioni espresse da altri al riguardo. Voglio credere che si possa essere pastori esercitando il richiamo ad un sano equilibrio tra esigenze emotive (da ascoltare con attenzione e delicatezza) e argomentative (perché anche la fede, per fortuna, si interroga). Anche questo significa, a mio avviso, “pascere una pecora” (utilizzando la bella immagine biblica da te adoperata). Non ci si può sottrarre al confronto con la dimensione della comprensione chiamata in causa dalla domanda, perché essa fa parte integrante, a mio giudizio, di una fede aperta ed equilibrata, che venga a caratterizzarsi per la sua attenzione all'altro e ad i suoi interrogativi. Una fede in ricerca, che dall'altro si lascia provocare per imparare insieme con lui orizzonti nuovi e più vasti.

2)Non ti biasimo per il richiamo alla semplicità (alla quale cerco sempre di attenermi, anche se probabilmente non sempre vi riesco). Voglio soltanto ricordarti che è meglio essere prudenti quando non si conosce il proprio interlocutore.
Ebbene, caro Alex, io ho passato diversi anni della mia giovane vita a lavorare nelle favelas brasiliane, dove, come potrai immaginare, il linguaggio da adottare deve essere il più possibile semplice ed attento a tutti i risvolti emotivi che esso può suscitare. Ho predicato le scritture e fatto studi biblici insieme con donne e uomini analfabeti: è chiaro che, in quel contesto, il linguaggio a cui ricorrevo era distinto da quello che adopero per rispondere su questo forum.
Da quanto ho potuto intuire, comunque, la cara Virginia non deve aver trovato così oscure le mie parole, perché (le sono grato) mi ha risposto e persino ringraziato. E poiché la mia risposta era diretta in primo luogo a lei, credo di poter dire che il linguaggio che ho scelto di utilizzare non fosse del tutto inadeguato. Continuo a pensare, del resto (libero di sbagliarmi), che quanto scrivo possa sì indurre a riflettere (e pertanto non rivelarsi d'immediata comprensione), ma non a pensare che amo complicare le questioni semplici. La fede è dei semplici e da loro io per primo ho bisogno di tornare ad impararla ogni giorno. Ma tra i miei compiti pastorali rientra anche quello di educarmi insieme con questi semplici, fornendo loro tutti gli strumenti necessari a non farsi dominare da presunte autorità. Fede è percorso di liberazione e nessun tema mi è più caro di questo. Se costringo i semplici a pensare e a non cadere vittime delle semplificazioni tese a controllarne l'opinione e la creatività, credo di star vivendo con fedeltà la mia vocazione, spendendola al loro servizio.

Mi auguro di essere stato esauriente, caro Alex. E non eccessivamente complicato...
Ti saluto con affetto. Il pastore della chiesa valdese di Trapani e Marsala
Alessandro

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