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02 | 07 | 2020
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piazzacavourRomaLa scelta dei diaconi tra conflitto ed autorità 

  1. La comunità proto-cristiana di Gerusalemme

Ogniqualvolta si provi ad accostare il libro degli Atti allo scopo di svolgerne una disamina critica, è necessario essere coscienti del fatto che ci troviamo di fronte ad un documento storicamente dubbio, dacché in esso i fatti narrati sono in buona parte inseriti all’interno della prospettiva teologica del narratore, propensa a stemperare i conflitti, al fine di conferire alle origini cristiane un profilo di unità concorde, scevro di conflittualità.

 

Ciononostante, anche in questa prospettiva volutamente edulcorata, emergono nel corso del testo riferimenti espliciti ai conflitti in atto in seno alla prima comunità cristiana, sorta in Gerusalemme all’indomani della condanna alla morte di croce di Gesù e, per molti versi, intimamente legata al contesto religioso e culturale ebraico di cui essa è parte integrante.

 

Breve Excursus (I): sull'importanza della tradizione ebraica

Dovrebbe ormai costituire patrimonio comune l'acquisizione del dato relativo all'impossibilità di prescindere dalla conoscenza della tradizione ebraica per comprendere gli scritti neotestamentari: senza l'approfondimento di tale tradizione, difatti, gran parte dell'interpretazione del secondo testamento si rivelerebbe priva di qualsiasi profondità. Troppo spesso le diverse confessioni cristiane hanno sottolineato (nella loro teologia come nella loro ecclesiologia) la distanza che separa il cristianesimo dall'ebraismo e tutti gli aspetti di discontinuità riscontrabili tra le due tradizioni religiose e culturali. In realtà tale distanziamento si è prodotto soltanto nel corso dei secoli ed è indispensabile ricordare sempre, quando ci accostiamo agli scritti neotestamentari, che il loro retroterra storico-culturale è profondamente influenzato dall'ebraismo. Quest'ultimo, però, proprio come il nascente cristianesimo, andrebbe considerato come un fenomeno plurimo e variegato, all'interno del quale convivevano correnti diverse e, non di rado, in mutuo, ragionevole e (talvolta) fecondo dissenso. Rappresenta una distorsione della realtà storica, difatti, quella secondo   cui un determinato fenomeno religioso viene connotato da caratteri univoci ed incontrovertibili, sulla scorta dei quali si cerca di definire in maniera statica e compiuta una «identità»: quest'ultima, infatti, è il prodotto (mai definitivo) di rielaborazioni costanti, figlie di incontri che stimolano riflessioni e, talvolta, radicali ripensamenti. Prescindendo da tale quadro di riferimento, non sarebbe possibile interpretare molti passi neotestamentari se non in modo superficiale e, spesso, profondamente fuorviante.

Al fine di conferire concretezza alla nostra indagine, diamo la parola al testo che intendiamo accostare e a partire dal quale è possibile individuare con maggiore precisione le tensioni in atto all’interno della comunità cristiana primitiva di Gerusalemme.

La designazione dei «sette diaconi» (Atti 6:1-6)

1 In quei giorni poi, aumentando i discepoli, vi fu una mormorazione degli ellenisti contro gli ebrei, poiché erano trascurate, nel servizio [διακονία/diakonia] quotidiano le loro vedove.

2 Avendo convocato allora i dodici la folla dei discepoli dissero: «Non è accettabile che noi, abbandonata la Parola di Dio, serviamo [διακονειν/diakonein] alle mense».

3 «Esaminate però, fratelli, sette maschi tra di voi di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, che stabiliremo per questa necessità».

4 «Noi, invece, alla preghiera e al servizio [διακονία/diakonia] della Parola saremo dediti».

5 E piacque il discorso davanti a tutta la folla e scelsero Stefano, maschio pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicolao, proselito d'Antiochia,

6 i quali si posero di fronte agli apostoli che, avendo pregato, imposero loro le mani.

Come è già possibile arguire, si tratta di un brano estremamente rivelativo ai fini di chiarire in quali termini stessero, almeno secondo il redattore del libro degli Atti,       i rapporti all'interno della comunità cristiana primitiva di Gerusalemme: proviamo, dunque, ad analizzarli, a partire dalla disamina più dettagliata del nostro testo.

 

2. La composizione del conflitto: l'autorità dei «dodici» e la libertà dei «sette»

Tutto, come di consueto, ha origine da una situazione estremamente concreta: le persone di tradizione «pagana», di lingua greca e di tradizione ellenistica (di qui il nome di ellenisti riportato al v. 1), si lamentano del fatto che, nella distribuzione dei generi di sussistenza (prassi diffusa non soltanto nel cristianesimo primitivo, ma anche nell'ebraismo da cui esso si origina) le loro vedove venivano trascurate, a vantaggio delle vedove di provenienza (etnica, linguistica e culturale) ebree.

Breve excursus (II): «ebrei» ed «ellenisti»

«Questa distinzione tra Ebrei ed Ellenisti sembra costituire il riflesso, all'interno della comunità, di una situazione caratteristica del giudaismo in Gerusalemme (si veda, a tale proposito, anche Atti 9:29). Gli Atti sono l'unico documento che fa accenno a questi due gruppi ed è difficile sapere esattamente che cos'è che li distingue. Il luogo di nascita (la Palestina per gli ebrei, fuori della Palestina per gli ellenisti) deve costituire un criterio determinante, senza però rivelarsi indispensabile: Paolo, nato a Tarso e formatosi a Gerusalemme, può definirsi ebreo (si veda, in proposito, II Cor 11:22). La lingua materna o quantomeno usuale (aramico o greco) costituisce senza dubbio un secondo criterio, insieme con le Scritture (ebraiche o greche) che vengono lette correntemente. Infine e soprattutto,gli ellenisti dovevano essere in generale abbastanza più aperti degli ebrei nel loro modo di comprendere e di vivere il giudaismo o, come in questo caso, la loro fede cristiana»

(Tratto da: La Bible TOB. Traduction oecuménique. Édition intégrale, Paris, Les Édition du Cerf et Société Biblique Française, 2007 - XI Édition, nota «k» a p. 2650, traduzione dal francese mia)

A motivo di questo dissidio i dodici decidono di convocare un'assemblea, al fine di comporlo: la responsabilità è dunque demandata all'intera comunità, ma la convocazione di tutti i discepoli [μαθητων/matheton], significativamente, è comunque stabilita dagli apostoli [απόστολος/apostolos] (come il testo li chiamerà al v 6).

La specificità e anche, in parte, la priorità del ruolo da essi rivestito in seno alla nascente comunità cristiana di Gerusalemme, viene rimarcata nella seconda parte del v 2, laddove il servizio alle mense, considerato alternativo alla predicazione della Parola, è ritenuto compito non accettabile, non idoneo [ουκ αρεστόν/ouk arestón: letteralmente «spiacevole»].

Viene quasi subito alla mente la sezione di Gv 13:12-17 in cui Gesù, spiegando ai suoi il senso del gesto che egli ha appena compiuto (un gesto, per l'appunto, di servizio),invita i suoi ad apprendere un atteggiamento analogo e ricorda agli apostoli/inviati (v 16), in particolare, che essi non sono più grandi di colui che li ha inviati. Insomma: ciò che qui è definito sgradito, spiacevole, è quanto Gesù, nel Quarto Vangelo, comanda alle sue e ai suoi.

Il verbo servire è qui espresso attraverso il termine greco διακονέω/diakoneo, letteralmente: «attraverso» (δια/dia) la polvere (κόνις/konis); in sostanza, la capacità,come diremmo noi, di «sporcarsi le mani». Questo è ciò che agli apostoli pare sconveniente (in rapporto, si capisce, al servizio della parola -così chiamato al v 4): di qui la convinzione (mantenuta anche all'interno delle chiese riformate nella loro configurazione dei ministeri -così come essa è profilata nella Istituzione Cristiana di Giovanni Calvino) che i due ministeri, per quanto complementari, in un certo qual modo si rivelano incompatibili per la stessa persona.

Inutile dire che la predicazione viene interpretata, allora come nella cristianità posteriore (e sino al giorno d'oggi), come il ministero più importante: il Quarto Vangelo, attraverso l'episodio della «lavanda dei piedi», cerca di sovvertire questa paradossale «gerarchia dei ministeri» (ovvero dei servizi!), conferendo priorità alla diaconia come servizio concreto, alla luce del quale anche la predicazione acquisisce senso, profondità, coerenza.

Anche a tale servizio, significativamente, vengono preposti dei maschi: costoro, però, non vanno identificati con gli ellenisti (come non di rado capita ancora di leggere in alcuni commentari al libro degli Atti), poiché questi ultimi sono coloro che richiedono la composizione del conflitto in atto: è vero che si tratta di persone aventi, tutte quante, un nome di origine greca; ma, con ogni probabilità, esse si limitavano a svolgere un lavoro di «mediazione culturale e linguistica» anche se, successivamente, a motivo delle loro scelte, entreranno in conflitto con gli apostoli (e non, direttamente, con la componente ebraica della comunità gerosolimitana).

Dal contesto non risulta del tutto chiaro se ad effettuare la scelta dei sette diaconi sia l'assemblea o non, piuttosto, il gruppo degli apostoli. Anche per quanto concerne il il v 6 non è del tutto chiaro se a ratificare la scelta effettuata (suggerita, comunque sia, dai «dodici») sia la comunità tutta o non, piuttosto, gli apostoli, poiché non è del tutto chiaro chi sia il soggetto che compie l’azione dell’imposizione delle mani sui sette appena scelti. Nel caso in cui tale gesto sia compiuto dagli apostoli, esso potrebbe essere teso a suggellare una sorta di «primazia» dei dodici in seno alla giovane comunità proto-cristiana di Gerusalemme.

A tale proposito, l’interpretazione di un passo di poco successivo a quello che stiamo esaminando, potrebbe farci propendere per una lettura che veda gli apostoli quale soggetto dell’azione. In Atti 8:14-17, difatti, leggiamo quanto segue:

14 Avendo udito poi gli apostoli, in Gerusalemme, che la Samaria aveva accolto la parola di Dio, inviarono (απέστειλαν/apésteilan) presso di loro Pietro e Giovanni 15 i quali, essendo scesi, pregarono per loro affinché ricevessero uno spirito santo: 16 non ancora, infatti, era su alcuno di loro disceso, ma soltanto erano battezzati nel nome del signore Gesù. 17 Allora imponevano le mani su di loro e [quelli] ricevevano uno spirito santo

Questo passo, segue immediatamente al cosiddetto «martirio di Stefano», al termine del quale viene fatta esplicita menzione di un episodio estremamente significativo e sovente minimizzato nei commentari esegetici di stampo “ecclesiastico”: la persecuzione e la dispersione di una parte della giovane comunità proto-cristiana di Gerusalemme, molto probabilmente quella legata a Stefano e al «gruppo dei sette». Il testo che vi fa riferimento, su cui torneremo più avanti, si trova in Atti 8:1b e recita:

«Avvenne poi in quel giorno [quello della lapidazione di Stefano] una grande persecuzione contro la chiesa, quella in Gerusalemme: tutti, quindi, furono dispersi per le regioni della Giudea e della Samaria, eccetto (πλήν/plén) gli apostoli»

I sette uomini destinati al servizio delle mense, secondo quanto riferisce il testo di Atti 6:3, vengono scelti in base a pienezza di Spirito e profondità di sapienza (σοφία/sofia): qualità che li porteranno presto a «sconfinare», per così dire, rispetto al ruolo al quale l'assemblea li aveva preposti: poiché, si sa, «lo Spirito soffia dove vuole» (Gv 3:8) e la sapienza non è usa alla sottomissione; al contrario, dispone degli strumenti per criticarla e scardinarla.

La finalità che determina la costituzione di questo gruppo dedito al servizio delle mense, difatti, è chiarissima: gli apostoli, poiché rappresentanti del gruppo che ha concretamente accompagnato Gesù nel suo mandato profetico itinerante, sono gli unici depositari del ministero dell’annuncio della Parola, per dedicarsi al quale demandano ad altri (i «sette») il compito (a loro giudizio «ingrato» o, quantomeno, «sconveniente») di attendere alla distribuzione del cibo per i bisognosi.

Il libro degli Atti prosegue narrando più nel dettaglio le vicende legate alle due figure principali di questo gruppo di sette diaconi: Stefano, la cui vicenda ripercorre da vicino le tappe del processo subito da Gesù dinanzi alle autorità religiose del tempio gerosolimitano; Filippo, che vedremo agire nel corso del capitolo 8 del libro degli Atti, in un rapporto di indipendenza e di divergenza con i «dodici» rimasti in Gerusalemme.

Sarà il gruppo dei «sette», ed esso soltanto, infatti (secondo quanto riportato nel testo di Atti 8:1b), ad incorrere nella persecuzione da parte delle autorità legate al tempio gerosolimitano. Non così gli apostoli che, con dette autorità, perverranno con ogni probabilità ad una sorta di compromesso i cui termini specifici ignoriamo.

Ecco perché, nel brano riportato di Atti 8:14-17, viene riferito di questo invio di Pietro e Giovanni, i quali sembra che compiano, oltre al viaggio, una sorta di «sorveglianza» nella Samaria, dove era giunto solamente un evangelo, potremmo dire così, «secondo Filippo», dunque non perfettamente “allineato” con l’interpretazione datane dai dodici. Così, difatti, riporta il testo di Atti 8:4-5:

4 Quelli dispersi, dunque, vagarono annunciando la parola. 5 Filippo, essendo sceso verso la città di Samaria, annunciava loro il cristo

Preoccupati, a quanto sembra, a causa di questo «annuncio non autorizzato» (nel ruolo così come nei contenuti), i dodici si affrettano ad inviare due autorevoli rappresentanti al fine di «convalidare», rivedendolo, l’annuncio portato da Filippo, uno dei sette diaconi: questi, difatti, battezzava soltanto nel nome di Gesù (Atti 8:16) e, pertanto, pur avendo battezzato diversi samaritani (Atti 8:12), non aveva fatto discendere su di loro quello spirito santo (Atti 8:15) che sembra essere prerogativa degli apostoli, attraverso la cui mediazione soltanto esso può discendere (Atti 8:17).

Il «gruppo dei sette», che proseguirà con Filippo la propria attività nella Samaria a seguito dell’esilio da Gerusalemme al quale sarà costretto, costituisce dunque la prova del fatto che, alle origini della storia del cristianesimo, esiste un gruppo che si contrappone all’autorità rappresentata ed esercitata dai «dodici»: il che costringe a rivedere, interpretandolo in un senso differente da quello attribuitogli dalla tradizione ecclesiastica, l’articolo del credo che sancisce la fede nella chiesa «una (…) e apostolica». Quest’ultimo termine, difatti, andrebbe riferito esclusivamente a quella vocazione all’itineranza che, paradossalmente, la chiesa ufficiale, istituzionalmente configurata, smarrirà a beneficio di un progressivo, deleterio «accomodamento». I sette, che annoveravano significativamente anche un neofita, Nicolao, proselito di Antiochia, rimarranno itineranti e, dal poco che possiamo arguire, poco inclini a dar vita ad una chiesa strutturata in ministeri separati e gerarchicamente ordinati.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE IN LINGUA ITALIANA

Strumenti linguistico-esegetici

  • CORSANI, B. Guida allo studio del greco del Nuovo Testamento, Società Biblica Britannica e Forestiera, Roma, 1987
  • RUSCONI, C. Vocabolario greco del Nuovo Testamento, EDB, Bologna, 1996
  • BERETTA, P. (a cura di) Nuovo Testamento Interlineare Greco-Latino-Italiano, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1991

Principali Commentari al libro degli Atti

  • BARRET, C., Atti degli apostoli, vol. I, Paideia, Brescia, 2003
  • L’EPLATTENIER, C., Gli Atti degli Apostoli. Quadro delle origini cristiane, EDB, Bologna, 1990
  • FITZMYER, J., Gli Atti degli Apostoli, Queriniana, Brescia, 2003
  • SCHNEIDER, G., Gli Atti degli Apostoli, 2 voll., Paideia, Brescia, 1985

 past. Alessandro Esposito - nov 2013

 

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