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LA NASCENTE COMUNITÀ CRISTIANA DI GERUSALEMME

1. Una persecuzione mirata

  • Una volta costituito, il gruppo dei «sette diaconi», che aveva in Stefano il suo rappresentante -per così dire- «più illustre», venne fatto oggetto di persecuzioni reiterate da parte dell'élite sacerdotale giudaica legata al tempio di Gerusalemme: la sezione del libro degli Atti che va da 6:8 fino alla conclusione del capitolo 7, racconta della singolare vicenda di Stefano e della sua tragica conclusione.
  • Al principio del capitolo 8, al termine dell'uccisione di Stefano, il libro degli Atti contiene un racconto assai interessante, nel quale si narra, lo vedremo, dell'attività di predicazione svolta da Filippo in Samaria. Prima che tale narrazione abbia inizio, però, lo stesso capitolo 8 degli Atti riporta un versetto estremamente significativo: esaminiamolo.

Avvenne poi in quel giorno una grande persecuzione contro la chiesa, quella in Gerusalemme: tutti furono disseminati per le regioni della Giudea e della Samaria, eccetto gli apostoli (Atti 8:1)

  • Il nostro versetto, pertanto, menziona esplicitamente «una grande persecuzione» che ebbe luogo nei riguardi della chiesa di Gerusalemme: poiché tale testo segue immediatamente la narrazione della lapidazione di Stefano ad opera di notabili e dei sacerdoti del tempio, sembra lecito supporre che la persecuzione che ne scaturì e a cui qui si fa riferimento fu messa in atto da quelle stesse autorità.
  • Non a caso, del resto, la persecuzione si scatena in Gerusalemme, sede del tempio e del potere politico-religioso connessovi; così come, non a caso, il cosiddetto «discorso di Stefano», che abbraccia quasi tutto il capitolo 7 del libro degli Atti, usa toni assai duri proprio contro il tempio e la sua classe dirigente.
  • Assai probabilmente, dunque, vi era un gruppo, facente parte della nascente comunità cristiana di Gerusalemme e creatosi intorno a Stefano ed ai «sette diaconi», il quale proponeva un'interpretazione della legge ebraica piuttosto «liberale», come diremmo oggi: frutto, con ogni probabilità, della provenienza culturale di stampo ellenistico dei «sette».
  • Onde evitare confusioni in proposito, è bene sottolineare come l'ellenismo fosse ampiamente penetrato nell'ebraismo, in particolar modo (non soltanto, ma soprattutto) nelle regioni limitrofe a Gerusalemme e nell'area palestinese esterne alla Giudea (di cui facevano parte, ad esempio, la Samaria così come la Galilea in cui era cresciuto e aveva annunciato l'evangelo del regno lo stesso Gesù), ove era meno pressante il controllo dell'autorità religiosa legata al tempio e dove, pertanto, vennero a configurarsi interpretazioni dell'ebraismo diverse da quella ortodossa tradizionale.
  • Quando parliamo degli «ellenisti», pertanto, dobbiamo pensare ad ebrei a tutti gli effetti che, a differenza dei giudei ortodossi, avevano accettato di mettere in dialogo il loro patrimonio di fede con la cultura del tempo, creando in tal modo una tradizione religiosa profondamente rinnovata ed estremamente aperta al dialogo ed alla costante riformulazione.
  • Questa posizione non rappresentava comunque l'unico orientamento presente all'interno della nascente comunità cristiana di Gerusalemme: tanto che, quando la persecuzione si scatena, essa disperde molti dei membri di tale comunità, a quanto ci è dato di capire, ma non gli apostoli -insieme, con ogni probabilità, con quanti ne riconoscevano l'autorità-.
  • Si tratta di una sottolineatura estremamente significativa, poiché se la cacciata da Gerusalemme non li ha riguardati, un motivo dovrà pur esserci stato: e, seppure non possiamo esserne certi, dobbiamo supporre che i «dodici» abbiano trovato un tacito accordo con le autorità del tempio o che, quantomeno, queste ultime non li abbiano ritenuti pericolosi né sotto il profilo religioso, né dal punto di vista dell'ordine sociale.
  • Non si tratta qui di criticare l'atteggiamento tenuto dagli apostoli, ma di chiarirlo e di comprenderlo, nella misura in cui il testo e la creatività interpretativa applicata ai dati a nostra disposizione ci consentono di farlo. Gli apostoli, difatti, avevano a cuore la sopravvivenza della comunità quale mezzo indispensabile per la propagazione dell'evangelo annunciato da Gesù; questo stesso evangelo rappresentava anche il senso pieno ed insostituibile della testimonianza (in greco μαρτυρία/martyria) e della stessa vita (difatti conclusasi con l'uccisione/martirio di Stefano, a motivo proprio di quella testimonianza) per i «sette diaconi» che, pur membri della stessa comunità cristiana primitiva di Gerusalemme, anteposero l'annuncio dell'evangelo alla sopravvivenza della comunità stessa.
  • Mi sembra chiaro che non è possibile giudicare l'una come l'altra opzione: entrambe posseggono pieno diritto di cittadinanza e valide ragioni a proprio suffragio. Quel che è interessante rimarcare è che tale dinamica attraversa il cristianesimo sin dalla sua nascita: qualcuno pone l'accento sull'importanza che la comunità continui a sussistere, sia pure, talvolta, a prezzo di -inevitabili- compromessi; altri, al contrario, rimarcano il fatto che il senso stesso dell'essere comunità coincida col mettersi al servizio dell'evangelo (ed è significativo che, a sostenerlo, siano proprio dei diaconi), anche a prezzo di subire dure persecuzioni e persino a rischio -come fu per Stefano- della stessa vita.
Pastore Alessandro Esposito – 12 gennaio 2011
IL QUARTO VANGELO E IL GRUPPO DEI «SETTE DIACONI»
  1. Un parallelismo singolare
  • Nel corso dello studio relativo all'episodio della cosiddetta «lavanda dei piedi» (Gv 13:1-20) abbiamo potuto verificare la centralità che il redattore del Quarto Vangelo conferisce alla cosiddetta diaconia: chi intende riconoscere Gesù come maestro e Signore nella e della sua vita, è chiamato dallo stesso Gesù ad un'attitudine di servizio, da realizzare, in primo luogo, nei confronti delle proprie sorelle e dei propri fratelli.
  • All'interno del racconto giovanneo avevamo anche individuato la stigmatizzazione di Pietro come figura dell'incomprensione di quanto Gesù dice e fa ed il richiamo che lo stesso Gesù rivolge agli apostoli, che, in quanto -letteralmente- «inviati», non devono ritenersi superiori a chi li ha inviati ma, al contrario, possedere la sua stessa attitudine (Gv 13:12-17).
  • Avevamo poi rilevato come, in maniera assai significativa, quella di Gv 13:16 sia l'unica occorrenza del termine απόστολος (apostolos) in tutto il Quarto Vangelo, in un contesto entro il quale tale termine viene chiarito: esso riguarda infatti l'invio come chiamata al servizio del prossimo e non il -presunto- diritto di esercitare l'autorità.
  • Ora, al fine di individuare il contesto entro il quale queste affermazioni vengono effettuate, siamo costretti ad affacciarci sul libro degli Atti degli Apostoli che, nella sezione compresa tra i capitoli 6 e 8, ci racconta delle origini della prima comunità cristiana in Gerusalemme e del ruolo (non unanimemente riconosciuto) che al suo interno era svolto dagli apostoli, intesi come «i dodici» cui la tradizione sinottica (sia pure con qualche discrepanza circa l'elenco -si vedano, in proposito: Mc 3:13-19; Mt 10:1-4; Lc 6:12-16; Giovanni, assai significativamente, non possiede un elenco dei «dodici») fa esplicito riferimento. Vediamo dunque che cosa ci racconta, al principio del capitolo 6, il libro degli Atti.

La designazione dei «sette diaconi» (Atti 6:1-6)

1 In quei giorni poi, aumentando i discepoli, vi fu una mormorazione degli ellenisti contro gli ebrei, poiché erano trascurate, nel servizio [διακονία/diakonia] quotidiano le loro vedove.

2 Avendo convocato allora i dodici la folla dei discepoli dissero: «Non è accettabile che noi, abbandonata la Parola di Dio, serviamo [διακονειν/diakonein] alle mense».

3 «Esaminate però, fratelli, sette maschi tra di voi di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, che stabiliremo per questa necessità».

4 «Noi, invece, alla preghiera e al servizio [διακονία/diakonia] della Parola saremo dediti».

5 E piacque il discorso davanti a tutta la folla e scelsero Stefano, maschio pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicolao, proselito d'Antiochia,

6 i quali si posero di fronte agli apostoli che, avendo pregato, imposero loro le mani.


  • Come è già possibile arguire, si tratta di un brano estremamente rivelativo ai fini di chiarire in quali termini stessero, almeno secondo il redattore del libro degli Atti,  i rapporti all'interno della comunità cristiana primitiva di Gerusalemme: proviamo, dunque, ad analizzarli, a partire dalla disamina più dettagliata del nostro testo.
2. L'autorità dei «dodici»
  • Tutto, come di consueto, ha origine da una situazione estremamente concreta: le persone di tradizione «pagana», di lingua greca e di tradizione ellenistica (di qui il nome di ellenisti riportato al v. 1), si lamentano del fatto che, nella distribuzione dei generi di sussistenza (prassi diffusa non soltanto nel cristianesimo primitivo, ma anche nell'ebraismo da cui esso si origina) le loro vedove venivano trascurate, a vantaggio delle vedove di provenienza (etnica, linguistica e culturale) ebree.

Breve excursus: «ebrei» ed «ellenisti»

«Questa distinzione tra Ebrei ed Ellenisti sembra costituire il riflesso, all'interno della comunità, di una situazione caratteristica del giudaismo in Gerusalemme (si veda, a tale proposito, anche Atti 9:29). Gli Atti sono l'unico documento che fa accenno a questi due gruppi ed è difficile sapere esattamente che cos'è che li distingue. Il luogo di nascita (la Palestina per gli ebrei, fuori della Palestina per gli ellenisti, deve costituire un criterio determinante, senza però rivelarsi indispensabile: Paolo, nato a Tarso e formatosi a Gerusalemme, può definirsi ebreo (si veda, in proposito, II Cor 11:22). La lingua materna o quantomeno usuale (aramico o greco) costituisce senza dubbio un secondo criterio, insieme con le Scritture (ebraiche o greche) che vengono lette correntemente. Infine e soprattutto,gli ellenisti dovevano essere in generale abbastanza più aperti degli ebrei nel loro modo di comprendere e di vivere il giudaismo o, come in questo caso, la loro fede cristiana»


(Tratto da: La Bible TOB. Traduction oecuménique. Édition intégrale, Paris, Les Édition du Cerf et Société Biblique Française, 2007 - XI Édition, nota «k» a p. 2650, traduzione dal francese mia)



  • A motivo di questo dissidio i dodici decidono di convocare un'assemblea, al fine di comporlo: la responsabilità è dunque demandata all'intera comunità, ma la convocazione di tutti i discepoli [μαθητων/matheton], significativamente, è comunque stabilita dagli apostoli [απόστολος/apostolos] (come il testo li chiamerà al v 6).
  • La specificità e anche, un po', la priorità del ruolo da essi rivestito in seno alla nascente comunità cristiana di Gerusalemme, viene rimarcata nella seconda parte del v 2, laddove il servizio alle mense, considerato alternativo alla predicazione della Parola, è ritenuto compito non accettabile, non idoneo [ουκ αρεστόν/ouk areston: letteralmente «spiacevole»].
  • Viene quasi subito alla mente la sezione di Gv 13:12-17 in cui Gesù, spiegando ai suoi il senso del gesto che egli ha appena compiuto (un gesto, per l'appunto, di servizio),invita i suoi ad apprendere un atteggiamento analogo e ricorda agli apostoli/inviati (v 16), in particolare, che essi non sono più grandi di colui che li ha inviati. Insomma: ciò che qui è definito sgradito, spiacevole, è quanto Gesù, nel Quarto Vangelo, comanda alle sue e ai suoi.
  • Il verbo servire è qui espresso attraverso il termine greco  διακονέω/diakoneo, letteralmente: «attraverso» (δια/dia) la polvere (κόνις/konis); in sostanza, la capacità,come diremmo noi, di «sporcarsi le mani». Questo è ciò che agli apostoli pare sconveniente (in rapporto, si capisce, al servizio della Parola -così chiamato al v 4): di qui la convinzione (mantenuta anche all'interno delle chiese riformate nella loro configurazione dei ministeri -così come essa è profilata nella Istituzione Cristiana di Calvino) che i due ministeri, per quanto complementari, in un certo qual modo si rivelano incompatibili per la stessa persona.
  • Inutile dire che la predicazione viene interpretata, allora come nella cristianità posteriore (e sino al giorno d'oggi), come il ministero più importante: il Quarto Vangelo, attraverso l'episodio della «lavanda dei piedi», cerca di sovvertire questa paradossale «gerarchia dei ministeri» (ovvero dei servizi!), conferendo priorità alla diaconia come servizio concreto, alla luce del quale anche la predicazione acquisisce senso, profondità, coerenza.
  • Anche a tale servizio, significativamente, vengono preposti dei maschi: costoro, però, non vanno identificati con gli ellenisti, poiché questi ultimi sono coloro che richiedono la composizione del conflitto in atto: è vero che si tratta di persone aventi, tutte quante, un nome di origine greco; ma, con ogni probabilità, esse si limitavano a svolgere un lavoro di «mediazione culturale e linguistica» anche se, successivamente, a motivo delle loro scelte, come vedremo, entreranno in conflitto con gli apostoli (e non, direttamente, con la componente ebraica della comunità gerosolimitana).
  • Dal contesto non risulta del tutto chiaro se ad effettuare la scelta dei sette diaconi sia l'assemblea o non, piuttosto, gli apostoli: ma il v 6 si affretta comunque a specificare il fatto che, a ratificare la scelta effettuata dalla comunità (ma suggerita, comunque sia, dai «dodici») sono gli apostoli che, a scanso di equivoci, «impongono le mani» (loro, non l'assemblea tutta) sui sette appena scelti. Inutile sottolineare come tale gesto implichi la conferma di una sorta di «primazia» dei dodici in seno alla giovane comunità cristiana di Gerusalemme: avremo modo di trovare conferma di questa nostra ipotesi nel corso dell'analisi di alcuni passi tratti dal prosieguo del libro degli Atti.
  • Sempre dal prosieguo del nostro studio avremo modo di conoscere un po' più da vicino le due figure principali di questo gruppo di sette diaconi: Stefano, la cui vicenda ripercorre da vicino le tappe del processo subito da Gesù dinanzi alle autorità religiose del tempio gerosolimitano; Filippo, che vedremo agire nel corso del capitolo 8 del libro degli Atti, in un rapporto di indipendenza e di divergenza con i «dodici» rimasti in Gerusalemme.
  • Questi sette uomini destinati al servizio delle mense vengono scelti in base a pienezza di Spirito e profondità di sapienza (σοφία/sofia): qualità che li porteranno presto a «sconfinare», per così dire, rispetto al ruolo al quale l'assemblea li aveva preposti: dacché, si sa, «lo Spirito soffia dove vuole» (Gv 3:8) e la sapienza non è usa alla sottomissione, al contrario, dispone degli strumenti per criticarla e scardinarla.
past.Alessandro Esposito - studio del 2 dic 2010






LA LAVANDA DEI PIEDI: O DEL DISCEPOLATO COME SERVIZIO (V Parte)
7. Il mutuo servizio
  • Nell'interpretazione che segue nel testo ma che, in realtà, è precedente nel tempo, il nostro racconto approfondisce il senso ultimo del gesto compiuto da Gesù: si tratta di un monologo nel quale lo stesso Gesù fornisce dell'azione da lui compiuta una spiegazione che potremmo definire, al contempo, sapienziale ed estremamente concreta. Per praticità, come di consueto, riportiamo qui di seguito la sezione del passo che ci accingiamo ad approfondire:

12 Quando, dunque, ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti e sedette di nuovo. Disse loro: «Capite cosa vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate "il maestro" e "il Signore": e dite bene, infatti (lo) sono. 14 Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Un esempio, infatti, vi ho dato, affinché, come io ho fatto a voi, facciate anche voi. 16 In verità, in verità vi dico: non c'è schiavo più grande del suo padrone, né inviato [apostolo] più grande di chi lo ha inviato. 17 Se queste cose capite, siete beati se le realizzate.

  • Dopo il dialogo con Pietro (vv. 6-11) l'azione riprende senza tener conto di quest'ultima sezione e si riallaccia direttamente al versetto 5; ora, finito di lavare i piedi ai suoi, Gesù riprende posto a sedere insieme con loro (v.12) tornando ad indossare le proprie vesti. Dopodiché domanda ai suoi se hanno compreso il gesto al quale hanno assistito: tale comprensione, nel senso più profondo ed autentico, è ciò che sta a cuore a Gesù.
  • Senza attendere una risposta, secondo una tecnica a cui ricorre spesso l'autore del Quarto Vangelo, Gesù stesso fornisce la spiegazione di ciò che ha appena fatto: ormai sappiamo, però, che dietro le sue parole dobbiamo intravedere l'intenzione del redattore, il cui discorso è diretto alla comunità a lui contemporanea, la cui situazione proveremo ad immaginare a seguito dell'analisi di quanto il nostro racconto ci trasmette.
  • Gesù incomincia con un'affermazione: «Voi mi chiamate "il maestro" e "il Signore": e dite bene, infatti (lo) sono». Da notare, soprattutto, gli articoli determinativi: il maestro ed il Signore, il che, lascia intendere, l'unico. Tali riconoscimenti, ribadisce Gesù, sono entrambe veri: eppure, oltre che pronunciati, vanno intesi.

Breve excursus: dell'ambivalenza della confessione verbale

Quanto avviene nel nostro racconto riveste un'importanza fondamentale per ciò che attiene alla comprensione autentica della cosiddetta «confessione di fede»: ovverosia, di tutte quelle affermazioni attraverso cui si riconosce il significato della persona di Gesù. Specie in ambito ecclesiastico, le formulazioni «dottrinali», in un certo qual modo ritenute (non necessariamente a torto) formalmente ineccepibili, vengono considerate quelle più adeguate a definire tale significato: si afferma, ad esempio, Cristo (e non più Gesù, dimenticando talvolta che si è conferito il valore di sostantivo a ciò che, in origine, era un aggettivo) è il Signore: il che, però, pur rappresentando una confessione di fede in linea di principio condivisibile, va specificato. Ovvero: che cosa significa, concretamente, confessare che «Gesù è il Signore?». Può forse, un'affermazione come questa, essere ricondotta ad un'ennesima richiesta di sudditanza rivolta alle donne ed agli uomini? In una certa misura, infatti, questa è stata l'accezione predominante in seno alla cristianità istituzionalmente configurata; e, ancora oggi, diverse sono le realtà ecclesiastiche che si accontentano di questo «riconoscimento formale». Ma che cosa significhi che Gesù sia «maestro e Signore» nelle e delle nostre vite, sarà lo stesso Gesù (o meglio, il redattore del Quarto Vangelo per bocca di Gesù) a chiarirlo nel suo «monologo» (vv. 14-17)

  • Il redattore del Quarto Vangelo, conferendo autorevolezza al proprio convincimento più profondo, mette in bocca a Gesù affermazioni che sono chiaro indice di un vero e proprio sovvertimento dei valori, attraverso cui i discepoli di ogni luogo e di ogni tempo (ma, primi fra tutti, i membri della cosiddetta «comunità giovannea») sono chiamati a comprendere in che modo Gesù vuole che si intenda il suo essere Signore e maestro: nel modo del servizio e non dell'autorità. Un servizio, peraltro, vicendevole, attraverso cui si possa vivere concretamente la relazione comunitaria come reciprocità nella piena uguaglianza.
  • Il Quarto Evangelo, dunque, delinea un modello comunitario marcatamente egualitario, in cui la funzione del servizio mutuo rappresenta il tratto distintivo più profondo e significativo. Una comunità che intenda porsi concretamente alla sequela di Gesù quale suo maestro e Signore, deve eccedere (non eludere, né eliminare: sì, però, ridimensionare) la dimensione dogmatica, per dimostrare la propria fedeltà all'evangelo mediante la muta eloquenza del gesto come servizio reso alla sorella e al fratello.
  • Il redattore del nostro brano, però, intende mettersi al riparo dagli equivoci e fa così specificare a Gesù: «Un esempio (...) vi ho dato» (v. 15a). Come a dire: ciò che conta non è tanto il gesto nella sua specificità, quanto il suo significato. Senza polemica alcuna, vorrei provare a sottolineare l'opportunità di questo rilievo mediante un riferimento concreto: che il pontefice romano, una volta all'anno, ripeta presso la basilica si San Pietro il gesto della lavanda dei piedi, per quanto rappresenti un momento estremamente suggestivo e simbolicamente significativo, non può comunque esaurire, nella sua pienezza, il senso dell'azione compiuta da Gesù. Nella prospettiva del Quarto Vangelo, infatti, il servizio è un atteggiamento al quale improntare tutto il proprio cammino umano e di fede, con un irrinunciabile riflesso in quella che è la struttura organizzativa di una comunità e (o) di una chiesa: la quale, se obbedisce a dei meccanismi di tipo gerarchico, non può non porsi in contraddizione con il senso più profondo delle parole e del gesto di Gesù.
  • Dico questo perché l'interesse ultimo del redattore del nostro brano sembra proprio essere quello di una nuova definizione dei rapporti che, a suo giudizio, devono essere improntati ad una totale uguaglianza dei membri che formano parte della comunità. Infatti, continua il testo, «non c'è inviato (apostolo) più grande di chi lo ha inviato»: e qui veniamo ad uno dei nodi cruciali di tutto il nostro racconto.
  • Per comprenderne fino in fondo l'importanza, è necessario rilevare, anzitutto, che il termine greco απόστολος (apostolos), che traduciamo come «inviato» (dal verbo αποστέλλω – apostello, che significa, appunto, «inviare/mandare») è quello che, in linguaggio tecnico, si definisce un apax legomenon, ovvero un'espressione che, nell'arco di tutto uno scritto, figura (significativamente) una sola volta. Ovverosia: in tutto il Quarto Vangelo non si trova mai, se non qui (al versetto 16 del capitolo 13) il termine apostolo.
  • Questo, chiaramente, deve farci interrogare: perché, proprio qui, si riscontra l'unica occorrenza giovannea del termine apostolo? Che cosa vorrà comunicare il redattore con questa sottolineatura così peculiare? Vorrei provare a proporre un'ipotesi interpretativa che renda ragione di quest'eccezione e della sua precisa collocazione all'interno della struttura del Quarto Vangelo. Per farlo in una maniera che risulti il più possibile chiara (sebbene, certamente, non esaustiva), sarà necessario anche  prendere in esame alcune sezioni del libro degli Atti degli Apostoli. Di questo ci occuperemo più diffusamente nel prosieguo del nostro studio: ora vorrei, brevemente, concludere la disamina del nostro racconto.
  • Il redattore fa pronunciare a Gesù queste ultime parole: «Se queste cose capite, siete beati se le realizzate». Una volta ancora, l'accento viene intenzionalmente posto sul valore insostituibile della prassi: che l'esempio che Gesù ha dato ai suoi sia stato davvero compreso da costoro, è possibile verificarlo solamente attraverso l'atteggiamento che essi assumeranno gli uni nei confronti delle altre. Se il discepolo e la discepola si comporteranno l'uno verso l'altra così come Gesù si è comportato con loro, allora il gesto del loro maestro e Signore non sarà stato vano.
  • In un certo qual modo, la logica che anima il redattore è quella, potremmo dire, della «moltiplicazione per imitazione»: ovverosia che il gesto compiuto da Gesù si riverberi, in un certo qual modo, nel comportamento dei suoi, che sono chiamati ad imitare e non, semplicemente, a ripetere: perché l'imitazione richiede comprensione del significato che il gesto compiuto da Gesù sottende e veicola. Di modo che esso potrà assumere, per analogia, le forme più svariate, nelle quali l'intelligenza e la creatività della fede come del discepolo che la vive e la concretizza, sono necessariamente chiamate in causa.
  • Quella dei discepoli, dunque, è una comunità che si lascia orientare e determinare dalla prassi del servizio reciproco. La prospettiva giovannea, una volta ancora, sembra essere fortemente connotata da uno sguardo quasi esclusivamente rivolto verso l'interno: ciò ha portato, alcune volte, ad un'interpretazione delle indicazioni contenutevi che imbocca la pericolosa deriva del «settarismo», secondo il quale i comportamenti suggeriti devono essere praticati soltanto all'interno di una determinata comunità di fede.
  • Sebbene sia opportuno ampliare orizzonti e sensibilità, suggerendo un atteggiamento di servizio che abbia quale destinatario il mondo entro cui ogni comunità è chiamata ad agire nel senso di una trasformazione secondo la giustizia intesa come diritto degli esclusi, è opportuno tenere presenti due fattori.
  1. Il primo riguarda il contesto entro il quale e per il quale, con buone probabilità, il Quarto Vangelo fu redatto: un contesto di persecuzione politico-religiosa che, in una certa misura, costringeva la comunità giovannea a ridurre al minimo i contatti con l'esterno e richiedeva di rinsaldare la fede ed il senso di coesione interna del gruppo.
  2. Il secondo fattore da non trascurare concerne la constatazione che dar vita ad un insieme di relazioni egualitarie, improntate al mutuo servizio, è operazione quantomai ardua, anche se la restringiamo al più modesto contesto comunitario: prova ne è il fatto che le nostre stesse comunità, pur con tutti i loro sforzi (quando essi vengono compiuti) sono ben lungi da realizzare, anche soltanto parzialmente, questo modello.
  • L'invito rivoltoci dal gesto della lavanda dei piedi narratoci dal Quarto Vangelo è pertanto estremamente attuale, poiché attende ancora di essere accolto e realizzato: questa è la sfida che abbiamo dinanzi se vogliamo davvero dirci discepole e discepoli di un evangelo che ci chiama, ogni giorno, a riscoprire la concretezza e l'umiltà di quel servizio che il Gesù giovanneo mise al centro dell'appello che rivolse alle sue e ai suoi.

past.Alessandro Esposito

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Strumenti linguistico-esegetici

  • CORSANI, B. Guida allo studio del greco del Nuovo Testamento, Società Biblica Britannica e Forestiera, Roma, 1987
  • RUSCONI, C. Vocabolario greco del Nuovo Testamento, EDB, Bologna, 1996
  • BERETTA, P. (a cura di) Nuovo Testamento Interlineare Greco-Latino-Italiano, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1991

Principali Commentari relativi al Quarto Vangelo

  • BROWN, R.E. Giovanni. Commento al vangelo spirituale, Cittadella, Assisi, 1979
  • FABRIS, R. Giovanni, Borla, Roma, 1992
  • LEON-DUFOUR, X. Lettura dell'evangelo secondo Giovanni, 4 voll., San Paolo, Cinisello Balsamo, 1998
  • MANNUCCI, V. Giovanni, il vangelo narrante, Dehoniane, Bologna, 1993
  • SCHNACKENBURG, R. Il vangelo di Giovanni, 4 voll., Paideia, Brescia, 1973-1987
  • WENGST, K. Il vangelo di Giovanni, Queriniana, Brescia, 2005
  • ZUMSTEIN, J. L'évangile selon Saint Jean (13-21), Labor et fides, Genève, 2007

La lavanda dei piedi: o del discepolato come servizio (IV Parte)

6. Il gesto e il dialogo tra Gesù e Pietro

  • All'introduzione che, come abbiamo evidenziato, fa parte, con ogni probabilità, di uno strato più recente della redazione del Quarto Vangelo, segue il racconto del gesto della lavanda dei piedi che Gesù compie nei riguardi dei suoi discepoli. Lo riportiamo qui di seguito:
4 [Gesù] si alza dalla cena, depone le vesti e, avendo preso un asciugamano, se ne cinse. 5 Poi mette dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano con cui si era cinto.
  • Racconto scarno, essenziale, concentrato sulla semplice eloquenza dell'azione: ciò che balza agli occhi è un'evidente inversione dei ruoli, su cui i vv. 12-17 torneranno. Quel che Gesù fa nessuno se lo aspetta, inclusi quanti compongono la comunità a cui l'evangelista si rivolge. Eppure Gesù compie questo gesto di servizio e di premura: in una parola, come già il nostro testo aveva anticipato, d'amore. Gesto che, sottolinea il nostro brano, viene elargito ai discepoli (in greco μαθητοί -mathetòi-), non agli apostoli, a quelli che la tradizione sinottica chiama «i dodici»: vedremo più avanti l'importanza di questa sottolineatura.
  • All'azione compiuta da Gesù fanno seguito, come sappiamo, due interpretazioni che il nostro passo ne fornisce: la prima di esse emerge nel corso di un dialogo tra Gesù e Pietro. Anche questo brano, per praticità, lo riportiamo qui di seguito:

6 Arriva dunque presso Simon Pietro; gli dice [questi]: «Signore, tu mi lavi i piedi?». 7 Rispose Gesù e gli disse: «Ciò che io faccio, tu non sai, adesso: conoscerai dopo queste cose». 8 Gli dice Pietro: «Non laverai i miei piedi in alcun modo!». Gli rispose Gesù: «Se non ti lavo, non hai parte con me». 9 Gli dice Simon Pietro: «Signore, non i miei piedi soltanto, ma anche le mani e la testa!». 10 Gli dice Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi [se non i piedi], ma è puro completamente: e voi siete puri, ma non tutti». 11 Conosceva, infatti, chi lo consegnava; per questo disse: «Non tutti siete puri»


  • Abbiamo già avuto modo di accennare all'estrema complessità del linguaggio utilizzato dal redattore in questa scena: elemento che, va da sé, rende complessa l'interpretazione del passo che ci accingiamo a svolgere. Procediamo con ordine.
  • Sin da subito, Pietro mostra stupore: chiamando Gesù Signore (in modo, vista la scena, estremamente significativo), gli chiede, in sostanza, che cosa stia facendo. Di fatto, quanto Gesù si appresta a compiere, non rappresenta certo il gesto degno di un signore ma, semmai, di un servo: e ciò scandalizza oltremodo Pietro (cosa che il narratore sottolinea anche mediante l'utilizzo di un «tu» enfatico; come a dire: «Ma come? Proprio tu, il Signore?»).
  • È possibile constatare, in questo modo, che Pietro rimane legato ad una nozione del tutto corrente del concetto di autorità: un signore, chiunque egli sia, e meno ancora, dunque, il Signore, non può certo abbassarsi. Non è un gesto adatto a lui. Eppure meglio sarebbe dire che non è un gesto che concordi con l'idea che Pietro ha dell'autorità e del suo esercizio: idea che sembra essere lontana dalla proposta di Gesù al riguardo.
  • Di fronte allo sbigottimento di Pietro, Gesù risponde, in sostanza, che l'azione che egli si sta accingendo a compiere Pietro la comprenderà soltanto in seguito. Il tempo di là da venire al quale Gesù si riferisce è quello della Pasqua: il nostro passo, in sostanza, intende alludere al fatto che non si può comprendere fino in fondo tanto Gesù, quanto i suoi gesti, se non a partire dalla sua morte e risurrezione, vicenda di cui il racconto che stiamo analizzando costituisce l'inizio.
  • La morte in croce di Gesù, infatti, come il gesto da lui compiuto che intende prefigurarla, è una morte da schiavo, difficile da cogliere come evento carico di speranza al di fuori di una visione di fede che ne inquadri il senso entro la prospettiva del ritorno al Padre, comprendendola, in ultima istanza, come atto d'amore di Gesù verso i suoi.
  • In tal modo è possibile intuire come il rifiuto ostinato di Pietro al v. 8 faccia riferimento non soltanto al gesto che Gesù si appresta a compiere ma anche, in maniera simbolica, alla morte di croce che attende l'amato maestro. Questo dialogo, pertanto, richiama, sia pure in maniera indiretta, il cosiddetto «rinnegamento di Pietro» (cfr. Mc 8:31-33; Mt 16:21-23; Luca, significativamente, non lo menziona), ovverosia, la sua incomprensione relativa al destino di morte violenta che attende il suo Signore e maestro.
  • Questo legame con la prospettiva della croce ci permette anche di comprendere meglio la risposta, a prima vista incomprensibile, di Gesù, secondo la quale, qualora Pietro non accettasse di ricevere il gesto, non potrebbe avere parte con lui. In sostanza, chi rifiuta la croce non può dirsi discepolo in senso pieno: tale sarà soltanto chi (come il discepolo amato e la madre di Gesù, in Gv 19:25-26) saprà stare di fronte alla croce, senza, tuttavia, «rimanervi inchiodato» come ad un qualcosa che spegne ogni speranza.
  • Per «aver parte con Gesù» e, quindi, essere suo discepolo, bisogna dunque accettare la croce, comprendendola, al contempo, nel suo significato più pieno, che invita all'ulteriorità, a non arrestarsi di fronte alla (presunta) evidenza, che mai custodice la verità.
  • Pietro mostra, nuovamente, di non aver compreso (v. 9) e chiede a Gesù, pur di aver parte con lui, di esser lavato interamente: richiesta che rimanda alla necessità di purificazione e che, una volta ancora, Gesù respinge. Nella prospettiva giovannea, infatti, il sacrificio dell'«agnello di Dio, colui che porta il peccato del mondo» (Gv 1:29), è sufficiente da sé solo e non richiede di essere corredato da altri gesti.
  • L'ultimo accenno è, ancora una volta, all'imminenza del tradimento che, nella prospettiva già evidenziata propria del Quarto Vangelo, Gesù già conosce, dando l'impressione di accondiscendervi e persino di incoraggiarlo come «gesto necessario».

Excursus: Pietro, o dell'incomprensione

Abbiamo potuto constatare, all'interno di questo dialogo, il fatto che Pietro venga presentato come «colui che non comprende», protagonista di un reiterato malinteso circa le parole rivoltegli, a più riprese, da Gesù. Ciò non è certo casuale (anche perché, ormai l'abbiamo imparato, il redattore del Quarto Vangelo non lascia mai nulla al caso): altri saranno gli episodi (contenuti, tutti, nella seconda parte del vangelo, a partire dal capitolo 13) nei quali tale incomprensione riemergerà puntualmente. Questa attitudine di Pietro è sottolineata con insistenza nello scritto giovanneo e fa supporre che il redattore del Quarto Vangelo si ponga volutamente in contrasto con questa figura, quasi a voler rivendicare il pieno diritto di esistenza, in seno al cristianesimo delle origini, di una comunità che non intende riconoscerne l'autorità. In senso più ampio (come emergerà più chiaramente dall'analisi dei versetti successivi del nostro passo), l'evangelista intendeva probabilmente portare avanti il concetto e la prassi di  una comunità di eguali, all'interno della quale nessuno (e in particolar modo gli apostoli) poteva avanzare pretese di primazia, fondate su un'autorità ritenuta indiscussa ma, a ben guardare, del tutto discutibile.


  • Qui si conclude la prima (ma in realtà, come abbiamo avuto modo di osservare in precedenza, la seconda, dal punto di vista cronologico-redazionale) delle due interpretazioni che il nostro brano fornisce del gesto compiuto da Gesù: un'interpretazione marcatamente teologica, che pone al centro il significato della Pasqua e la vicenda della passione, di cui l'azione narrata costituisce una sorta di «anticipazione» e alla luce della quale, pertanto, essa va interpretata.

past. Alessandro Esposito




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