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rivolta.jpgParlare per tempo

 

30 ottobre 2008


Solitamente, in virtù del ruolo pubblico che rivesto e che ritengo vada svolto il più possibile con equanimità, mi astengo dal commentare esplicitamente la situazione politica vigente in Italia. Vi sono delle circostanze, però, in cui credo, parimenti, che ogni libero cittadino (e questo sento di essere, prima ancora che candidato al ministero pastorale) abbia il dovere di prendere la parola denunciando la gravità delle vicende che occorrono nel suo Paese: e deve farlo per tempo. Anche perché dopo, e la storia ce lo insegna, tutti si affrettano a dire: “Anche io ero contrario”; specie quanti, in realtà, su quanto accadeva avevano taciuto, quando non addirittura avallato le decisioni di chi stava al potere. Un fatto, in questi ultimi giorni, è sotto gli occhi di tutti: la scuola e l'università italiana sono in subbuglio a causa di un decreto ministeriale che scontenta nei suoi contenuti sia gli studenti che le loro famiglie, sia il corpo docente che i già vessati ricercatori universitari. In definitiva, una protesta che ha trovato, per una volta, tutti concordi, dando luogo ad iniziative simboliche assai significative, quale quella delle lezioni universitarie tenute nelle piazze delle maggiori città italiane. Ebbene, a fronte di tutto ciò, un governo insensibile al clamore delle piazze e refrattario a qualsiasi invito al dialogo, ha comunque deciso di approvare una riforma scolastica ampiamente contestata mediante la promulgazione di un decreto che ha aggirato ogni opportuno dibattito sulla questione. A questo episodio discutibile hanno fatto da corollario (ma forse sarebbe più opportuno dire da sostrato e da cemento) le affermazioni incaute e assolutamente prive di oggettività del Presidente del Consiglio, le quali hanno contribuito ad esacerbare lo scontro anziché (e in questo dovrebbe invece consistere l'esercizio di un ruolo istituzionale) a mitigarne i toni. Al termine di una lunga sequela di denunce relative ad un presunto “pilotaggio” della piazza ad opera di fantomatiche “sinistre”, ha avuto luogo l'episodio più increscioso: un gruppo di studenti affiliati ad un'organizzazione di destra ha attaccato, armata di spranghe e bastoni, il corteo pacifico ed apartitico che stava manifestando, presso Palazzo Madama, il proprio dissenso in ordine alla “riforma Gelmini”. Sarebbe auspicabile che il premier pronunciasse a tale riguardo parole di severa condanna, le quali vengano a correggere, sia pure soltanto parzialmente e tardivamente, le gravi ed infondate affermazioni esternate in precedenza. Altrimenti, personalmente, mi ritengo legittimato a sospettare che la strumentalizzazione di “facinorosi” non sia quella messa in atto dai quadri del Partito Democratico, bensì quella orchestrata da un governo che sembra non contemplare il dissenso quale componente imprescindibile di ogni democrazia. L'attacco violento, in questa circostanza, è stato esplicito ed i suoi fautori hanno manifestato apertamente la loro appartenenza politica: adesso sì che sussistono tutti gli elementi per effettuare dichiarazioni più circostanziate. Non emetterle significherebbe avallare, neanche troppo indirettamente, atteggiamenti che con la vita democratica ed i suoi principi stridono inequivocabilmente.

 

Alessandro Esposito

 
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