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02 | 07 | 2020
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CONFESSIONE DI FEDE  ( commento del past. Giuseppe La Torre)

Crediamo nel Dio

di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth,

nel Dio

che fa sognare nuovi cieli e nuova terra

che apprezza i semplici e ascolta i poveri

che giudica i superbi e sostiene i mansueti.

 

 

Egli solo ci è Padre!

CREDERE - Il sogno, la visione della speranza di una città e di una terra rinnovata è una meta certa che Dio aveva posto davanti al cammino dell’umanità. Una fede senza speranza è una fede senz’anima! Questa speranza prende vita a cominciare dalla solidarietà con i più oppressi della società. Dio è dalla loro parte: sempre! È da lì che Dio comincia e da lì comincia a prendere forma la testimonianza della comunità cristiana che deve saper discernere tra superbi e mansueti, tra oppressori e oppressi per poter tracciare il suo cammino di testimonianza. Il termine «padre» qui prende posizione sull’altro usato in Sicilia dalla mafia, «padrino», il capo mafia. Dio solo è il nostro capo!

Con lui vogliamo resistere ai signori della morte

e crediamo che non esiste solo la scelta

tra ammazzare ed essere ammazzati,

ma che è possibile lottare senza armi

e con Lui resistere all’indifferenza.

Vogliamo resistere alla logica che sia solo possibile

avere paura o fare paura,

colpire o essere colpiti.

Con Lui vogliamo credere che è possibile

avere coraggio e resistere,

dare coraggio e persistere.

RESISTERE ED ESSERE CHIESA – La resistenza alla mafia, a coloro che sanno solo portare morte, in tutte le sue forme criminali, culturali, sociali e politiche è perno ineludibile per i cristiani e le cristiane che vivono in una situazione sociale soggiogata da una qualsiasi forma mafiosa di potere. La loro resistenza non deve essere però un’opposizione alimentata dalla stessa logica di lotta violenta. Il Vangelo c’insegna che è possibile lottare attivandosi in forme non violente di resistenza. Uscire dalla logica del ricatto, di un comportamento che forza la decisione degli altri, dell’impegnarsi solo se si ricava qualcosa di personale è un primo passo molto importante verso questa direzione.

II  PARTE – IL FIGLIO

Crediamo che nell’ebreo Gesù,

umile falegname della Palestina

in cui ha abitato la pienezza di Dio,

che ha portato lo Spirito della verità e della giustizia,

abbiamo trovato la via.

 

 

Egli solo ci è Signore!

 

CREDERE – La sottolineatura dell’identità ebraica di Gesù vuole essere una sottolineatura della sua umanità: popolano, ebreo e palestinese. Gesù proveniva dal popolo, non dalla classe dirigente, religiosa o intellettuale. Per cambiare le cose e portare novità di vita non occorre appartenere ad una delle classi elevate della società: anzi, in Gesù di Nazareth, non ci sono più classi, ma un solo popolo. Se Dio deve scegliere con chi stare, allora Egli sta in mezzo al popolo. Nessuno è padrone di nessuno: nessuno è servo di nessuno! Questa è la verità e la giustizia. Questa è la via principale per qualsiasi società. Non ci sono «signori» nella società che fanno il bello e il cattivo tempo e che procurano lavoro o lo tolgono: c’è un solo Signore!

In Lui ora sappiamo che dobbiamo lasciare

le vie tracciate da altri

la via soffocata dal desiderio del quieto vivere,

dal tornaconto e dall’ammirazione per i furbi.

Con Lui vogliamo resistere ai maestri di morte

e crediamo che non esiste solo la scelta

o noi o gli altri,

ma che è possibile

resistere al malvagio e sconfiggere la mafia,

non pagare tributi alla prevaricazione e alla morte.

Con lui osiamo sognare per vedere un giorno

tempi di giustizia e di pace,

tempi di fratellanza e di sazietà.

RESISTERE ED ESSERE CHIESA – La resistenza alla mafia significa soprattutto uscire dalla sua ideologia e dai comportamenti concreti che questa comporta: il modello ideale dell’uomo forte che impone rispetto e paura con ogni mezzo ed il cui motto è «mors tua vita mea». Sottrarsi al potere politico ed economico della mafia è un dovere nei confronti della democrazia oltre che della testimonianza cristiana. Ma è soprattutto la fede in Cristo che resiste all’ideologia mafiosa che sia impossibile estirpare la mafia e sconfiggerla. La mafia si può vincere perché solo Cristo Gesù è «il Signore». Per questo è un impegno civile e di testimonianza cristiana non pagare «il pizzo», il contributo che la mafia impone a chi ha un impresa economica. Non i singoli, ma la comunità intera deve farsi carico di questo impegno e di questa concreta testimonianza per il ristabilimento della giustizia e della democrazia nella società.

III  PARTE – LO SPIRITO SANTO

Crediamo nel dono dello Spirito di Dio,

reale presenza di Dio,

concreta forza della nostra resistenza,

vero sostegno nelle momentanee sconfitte,

coraggio nell’assumere posizioni chiare

contro ogni sopraffazione.

 

Egli solo ci è guida!

                            

CREDERE – La  presenza di Dio in mezzo alla comunità dei credenti che si concretizza nei doni dello Spirito che si manifestano nella comunità attraverso i suoi membri.

Per Lui condanniamo

Chi versa sangue e si fa giustizia da sé,

riteniamo colpevole chiunque usi violenza,

chiunque corrompa e chiunque si lascia corrompere.

Con Lui vogliamo resistere ai giustizieri di morte

E crediamo che non esiste solo la scelta

O l’omertà o la morte,

ma che è possibile

resistere alla paura dei ricatti e alla sfida delle lupare

persistendo nella giustizia.

Con Lui vogliamo sognare

Che i fiori dei nostri campi

E le strade dove giocano i nostri bambini

Non saranno più bagnati

Né da sangue innocente né da sangue colpevole,

perché l’ultima parola sarà data alla vita.

AMEN

RESISTERE ED ESSERE CHIESA – I membri della chiesa si sostengono l’un l’altro nella solidarietà che il cammino della fede nella forza dello Spirito di Dio da loro di esprimere in forme concrete nella resistenza al maligno. La resistenza alla malvagità organizzata richiede l’assunzione di posizioni sociali chiare. Certamente non è tutto bianco e nero, e la giustizia e la ragione non sono sempre e tutte da una stessa parte. Anche se bisogna avere un atteggiamento critico nei confronti della società, bisogna anche sapersi assumere le proprie responsabilità individuali e comunitarie per la costruzione di una società democratica in cui la vita sia degna per tutti.

La frase in cui si parla di strade insanguinate è stata scritta prima delle grandi stragi in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino. Dopo quei tragici eventi questa frase ha assunto un significato molto “toccante” per la comunità di Palermo e della Sicilia intera.

 

 

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